Sembra che nulla possa servire a fermare la spirale di violenza che colpisce le donne: parlare, scrivere, far muovere le Istituzioni deputate alla protezione della vita, aumentare i posti rifugio per donne e bambini nelle Case d’accoglienza specifica, sensibilizzare l’opinione pubblica e le donne stesse. Lo stiamo facendo da anni ormai ma il tragico fenomeno del femminicidio non accenna a diminuire. Tutt’altro. Slogan, cortei, appelli, corsi per potenziali uccisori, financo cauti ritocchi di legge, nulla sembra servire.
Ma come si è giunti ad una simile situazione? Che donne maltrattate ce ne siano sempre state è un dato incontrovertibile e non parla certo in favore della nostra e di altre società. Ma oggi siamo di fronte alla morte delle donne. Ciò che indica un grado di violenza aumentato e di coscienza diminuita. Ciò non significa certo che i maltrattamenti senza letalità siano minimamente giustificabili e di minor gravità. La morte però dovrebbe oltre che farci sussultare, inorridire, e portarci oltre la colpa individuale nella ricerca delle responsabilità.
E le responsabilità ci sono e partono da lontano, non da ultimo da convinzioni, certe volte da stereotipi assurti a dogmi che servono a politici ed amministratori mediocri per nascondere la loro inerzia. L’effetto di questi tabù – penso alla spasmodica difesa del privato che se va bene in tempi di non pericolo può diventare fatale in altri – è il rallentamento di azioni necessarie per salvare delle vite. Quante volte da sindaca mi sono sentita dire di fronte a pericoli (non di femminicidio) “non possiamo far niente perché diritto privato”. Questo anche se il diritto superiore vuole la vita prioritaria a qualsiasi legge e disposizione.
Certo, per ciò che riguarda certi delitti, la legge è stata “ritoccata”, addirittura istituita ex novo, ma si guarda bene dal confliggere con la protezione dati, cosa che in ambito medico e di polizia, può rivelarsi fatale. Mi spiego: ritocchi, proposte, procedure di consultazione concluse o in corso (nei Grigioni per una “Legge contro la violenza domestica”) se sono intenti lodevoli non sembrano tuttavia atti a raggiungere lo scopo di una prevenzione senza se e senza ma come dovrebbe essere. L’approccio rimanendo generale ed evitando l’entrata fattuale nei settori sensibili quali quello medico e di polizia che, se richiedono precauzione, per essere efficaci richiedono anche una trasmissione dati trasparente. Documenti schermati, dati anonimizzati, nominativi trasmessi solo a voce, addirittura non trasmessi, non possono aiutare. L’informazione è uno dei cardini della lotta alla violenza poichè su questo si basa l’intervento o il non intervento. In certi casi la vita o la non vita.
Ora, se il predicato “chi ama non uccide” resta primo e perentorio, perentorio deve essere anche che nessuno stia a guardare. Sia il legislatore, sia l’autorità esecutrice e gli addetti ai lavori della sanità e della polizia. Come anche non stia a guardare il privato cittadino o cittadina, cosa (denuncia) che oggi la legge permette. Per chi è minacciato difendersi è difficile, certe volte impossibile.
Nicoletta Noi-Togni