Le lingue nazionali non sono straniere: la scuola ritrovi le priorità

Molti sono oggi i compiti della scuola svizzera. Dall'istruzione alla socializzazione e all'inclusione, la scuola viene chiamata in causa ogniqualvolta le diverse istanze della società non sanno come affrontare gli eventi e le sfide che la coinvolgono.
18.06.2026
4 min
Mappa della Svizzera, con evidenziati i vari cantoni e i rispettivi nomi in diverse lingue.

La scuola svizzera è chiamata oggi a fare tutto. Deve educare alla sostenibilità, alla salute, alla cittadinanza digitale, all'inclusione, alla gestione delle emozioni e alla convivenza interculturale. Nel frattempo, però, un numero crescente di allievi fatica a padroneggiare la lingua di scolarizzazione, a comprendere un testo complesso o a esprimere con chiarezza un pensiero. Forse è arrivato il momento di porsi una domanda semplice: non stiamo chiedendo troppo alla scuola e troppo poco agli adulti?

Nell'intervista pubblicata dalla Neue Zürcher Zeitung il 12 giugno scorso, il pedagogista Roland Reichenbach lancia una critica destinata a far discutere: «La classe colta scarica sulla scuola tutti i problemi della società». Un'affermazione provocatoria, ma che coglie una tendenza evidente. Ogni nuova sfida sociale sembra tradursi automaticamente in un nuovo compito per la scuola. E così l'istituzione chiamata a trasmettere conoscenze e competenze fondamentali si ritrova investita di responsabilità sempre più ampie e spesso contraddittorie.

Reichenbach invita invece a tornare all'essenziale: parlare, leggere, scrivere e fare di conto. Non per nostalgia del passato, ma perché senza queste fondamenta tutto il resto diventa più difficile.

La questione riguarda in modo particolare l'insegnamento delle lingue. In una società sempre più mobile e multiculturale, molti bambini crescono parlando a casa una lingua diversa da quella utilizzata a scuola. In questi casi la priorità dovrebbe essere chiara: consolidare anzitutto la lingua di scolarizzazione, valorizzare la lingua d'origine e costruire solide competenze in una seconda lingua nazionale. Pretendere che tutti gli allievi raggiungano precocemente buoni livelli in più lingue contemporaneamente rischia di produrre l'effetto opposto a quello desiderato: dispersione delle energie e risultati mediocri. Ciò non significa rinunciare al plurilinguismo. Significa piuttosto costruirlo in modo realistico e duraturo.

Soprattutto, occorre smettere di considerare le lingue nazionali come semplici lingue straniere. In Svizzera il francese, il tedesco, l'italiano e il romancio rappresentano molto più di un mezzo di comunicazione. Sono strumenti di coesione nazionale e veicoli di cultura.

Quando un giovane studia l’italiano, il tedesco, il francese o il romancio non dovrebbe apprendere soltanto regole grammaticali e vocaboli. Dovrebbe anche scoprire la storia, la letteratura, le istituzioni e le sensibilità culturali di altre regioni del Paese. Le lingue nazionali sono una porta d'accesso alla realtà svizzera. Trattarle come una qualsiasi lingua straniera significa impoverirne il significato. La tradizione trilingue del nostro Cantone rappresenta una ricchezza straordinaria, ma proprio per questo richiede una discussione franca e pragmatica sulle scelte educative degli ultimi anni.

L'integrazione scolastica ha prodotto risultati importanti e ha contribuito a rendere la scuola più inclusiva. Tuttavia, dopo decenni di applicazione, è legittimo interrogarsi senza pregiudizi sui suoi punti di forza e sulle sue criticità. Quali benefici ha portato? Dove ha funzionato meno bene? Quali conseguenze ha avuto sul lavoro degli insegnanti e sugli apprendimenti degli allievi? Porre queste domande non significa mettere in discussione il principio dell'inclusione. Significa assumersi la responsabilità di verificare se gli strumenti adottati raggiungano davvero gli obiettivi dichiarati.

Un altro aspetto evidenziato da Reichenbach riguarda la crescente enfasi sull'individuo. «L'evidente focalizzazione sul cervello, sul bambino, sull'individuo e sulla sua autoregolazione è tipica della pedagogia dei privilegiati», osserva il professore. Nella scuola contemporanea parole come autonomia, autoregolazione e apprendimento personalizzato occupano ormai un posto centrale. Eppure, accanto all'autonomia, i bambini hanno bisogno di struttura. Accanto alla libertà, hanno bisogno di orientamento. Accanto ai diritti, hanno bisogno di compiti e responsabilità. «Autorità e autonomia non sono contraddizioni», ricorda Reichenbach. Sono due elementi che devono convivere. Una scuola che rinuncia a chiedere impegno, disciplina e perseveranza finisce spesso per penalizzare proprio gli allievi che avrebbero maggiormente bisogno di punti di riferimento chiari.

Forse il problema più profondo è che la nostra società fatica sempre più a decidere che cosa desidera trasmettere alle nuove generazioni. Il pedagogista Friedrich Schleiermacher poneva già due secoli fa una domanda fondamentale: che cosa vogliamo dai giovani?

Oggi sembra prevalere una sorta di prudenza paralizzante. Gli adulti esitano a proporre valori, conoscenze e riferimenti comuni, temendo di apparire autoritari. Così facendo, però, rischiano di lasciare ai giovani non maggiore libertà, ma maggiore smarrimento.

La scuola non può risolvere da sola tutti i problemi della società. Può però svolgere bene il suo compito fondamentale: fornire ai giovani gli strumenti linguistici, culturali e cognitivi per comprendere il mondo e partecipare alla vita democratica. Per riuscirci occorre forse una scelta controcorrente: meno dispersione, meno slogan pedagogici e più attenzione alle basi. Perché una scuola che insegna bene la lingua, la cultura e il senso di appartenenza non prepara soltanto studenti migliori. Forma anche cittadini più consapevoli.

Luigi Menghini