Normalmente non è mia abitudine abbassarmi ai livelli della politichetta elettorale. Ma davanti ai continui attacchi, spesso aggressivi nei toni e palesemente costruiti con finalità elettorali, diventa difficile restare in silenzio. Non per voglia di polemica, ma per una questione di correttezza intellettuale.
Perché una cosa va detta subito: la comunicazione politica portata avanti finora da UDC, PLR e in parte del Centro sulla vicenda del Moesano è stata quantomeno fuorviante. E, a tratti, anche parecchio sciatta e scorretta. Si prende un problema serio, complesso, radicato, legato alla criminalità organizzata, ai controlli amministrativi, alla cooperazione tra autorità, ai permessi, agli appalti, ai flussi economici e alle reti transfrontaliere, e lo si riduce a uno slogan da campagna elettorale.
È un metodo ben conosciuto. I partiti borghesi, quando conviene, semplificano brutalmente. Indicano un colpevole facile, agitano la paura, costruiscono una narrazione comoda e poi pretendono pure di impartire lezioni di responsabilità. Ma la realtà è più ostinata della propaganda.
Un problema noto, non un’emergenza improvvisa.
Il problema della criminalità organizzata nel Moesano non nasce oggi. Non nasce con l’ultima inchiesta, non nasce con l’ultimo titolo di giornale e non nasce con l’ultima campagna elettorale. Già nel 2017 la RSI parlava di “mafiosi nel Moesano”, di società bucalettere, di permessi B e di interrogativi politici molto seri su un territorio che poteva diventare attrattivo per strutture opache e interessi criminali. E vogliamo forse parlare degli anni 80-90?
Questo basta a smontare la narrazione dell’emergenza improvvisa. Il tema era conosciuto. Era già presente da almeno 40 anni! Era già politico. E allora bisogna avere il coraggio di guardare la storia istituzionale. Dal 1980 al 2018, la responsabilità politica del settore non è stata in mano alla sinistra. È passata tra PPD, UDC, PLD, PLR e PBD.
Per decenni, quindi, l’area borghese ha avuto ruoli centrali, influenza, presenza istituzionale e capacità di incidere. Oggi, però, gli stessi ambienti politici sembrano scoprire improvvisamente il problema e usarlo come clava elettorale.
Non funziona così. Non si governa per quarant’anni una parte importante del sistema, non si occupano posizioni di potere, non si difendono equilibri territoriali ed economici, per poi presentarsi come osservatori innocenti quando il problema esplode pubblicamente.
Appalti, economia e trasparenza
La questione è ancora più ampia se si guarda al Moesano nel suo insieme. La COMCO ha aperto nel 2020 un’inchiesta su possibili accordi sugli appalti nel settore della costruzione nella regione Moesa, sulla base di indizi di possibili accordi tra imprese. Nel 2021 l’inchiesta è stata estesa, e nel 2025 ilmoesano.ch riportava che i tempi della procedura si sarebbero ulteriormente allungati.
Naturalmente vale la presunzione d’innocenza per tutti. Ma politicamente è impossibile ignorare che nella regione esistono da anni nodi delicati legati a economia, appalti, interessi locali e trasparenza.
Ed è qui che la comunicazione di UDC e PLR mostra tutta la sua debolezza. Perché non sembra voler capire il problema. Sembra volerlo usare. Non sembra voler costruire una risposta seria. Sembra voler ottenere un vantaggio elettorale.
Ma la criminalità organizzata non si combatte con i manifesti, con le mezze verità o con la retorica da bar. Si combatte con strumenti, cooperazione, risorse, controlli, intelligenza investigativa e istituzioni capaci di parlarsi.
La criminalità organizzata non si combatte con i manifesti, con le lotte elettorali o con la retorica da bar.
Schengen e la falsa sicurezza dell’isolamento
Questo vale anche per Schengen. È paradossale, ma grazie a Schengen la lotta alla criminalità in Svizzera può essere, in certi casi, più efficace attraverso la cooperazione internazionale di quanto lo sarebbe chiudendosi dentro i propri confini.
Schengen ha limiti, certo. Ma il Sistema d’informazione Schengen è definito dalla Confederazione uno strumento indispensabile per lo scambio di informazioni tra autorità di polizia, controllo delle frontiere e migrazione. Serve per segnalare persone ricercate, divieti d’entrata, veicoli, oggetti, armi e informazioni rilevanti per la sicurezza.
L’UDC vuole davvero farci credere che la Svizzera, da sola, fuori da questi canali, sarebbe più forte contro mafie, narcotraffico, riciclaggio e criminalità transnazionale? Ve lo assicuro: questa è una semplice utopia.
La criminalità organizzata non si ferma al confine. Non ragiona per Comuni, Cantoni o dogane. Si muove attraverso capitali, società, prestanome, relazioni, appalti e reti internazionali. Pensare di combatterla con slogan isolazionisti significa vendere alla popolazione una falsa sicurezza.
Quando il Centro si veste di verde
C’è poi un altro tema che merita di essere smascherato: l’improvvisa conversione ecologista del Centro. Da un giorno all’altro, a seconda dell’aria elettorale che tira, qualcuno si scopre verde, sostenibile, attento al clima, preoccupato per le prossime generazioni.
Ma l’ambiente non è una scenografia da montare in campagna elettorale. Non è green business. Non è green washing. È una questione di sopravvivenza democratica, sociale e territoriale.
Lasciare un ambiente vivibile alle prossime generazioni significa parlare seriamente di acqua, aria, biodiversità, energia, territorio, mobilità, paesaggio, giustizia sociale e qualità di vita. E su questo la storia politica è chiara: i partiti che hanno lavorato con continuità su questi temi sono il Partito Socialista e i Verdi. La sinistra.
Il PS mette al centro decarbonizzazione, energie rinnovabili, biodiversità e investimenti pubblici per il rinnovamento ecologico; PS e Verdi hanno inoltre promosso l’iniziativa per un fondo climatico, pensata per finanziare la transizione climatica in modo socialmente equo.
Il Centro può anche provare a vestirsi di verde per qualche settimana, ma la credibilità ambientale non nasce in tipografia, su un manifesto elettorale. Nasce da anni di battaglie, votazioni, iniziative, coerenza e coraggio politico. Chi diventa ambientalista solo quando conviene non difende il futuro: cerca semplicemente di occupare un tema costruito da altri.
La differenza politica di fondo
Ed è proprio questo il punto generale. La sinistra può sbagliare, certo. Può comunicare male, può essere troppo prudente, può non sempre riuscire a spiegare con sufficiente forza ciò che fa. Ma la differenza di fondo resta: la sinistra difende diritti, ambiente, lavoro, giustizia sociale e trasparenza.
I partiti borghesi, invece, hanno spesso ben altri interessi economici da proteggere. E quando questi interessi vengono messi in discussione, la propaganda diventa improvvisamente feroce.
Nel Moesano, troppo spesso, libertà di espressione e democrazia sembrano muoversi dentro una rete pesante di convenienze, rapporti personali, interessi economici e poteri locali. Il PLR, in particolare, ha storicamente avuto un peso enorme in questi equilibri. Per questo oggi le lezioni morali del centrodestra su legalità, sicurezza e trasparenza suonano quantomeno stonate.
Chi vuole davvero combattere la criminalità organizzata dovrebbe chiedere più cooperazione tra autorità, più strumenti investigativi, più controlli intelligenti, più trasparenza negli appalti, più protezione della libertà democratica e meno sudditanza verso gli interessi economici locali. Non dovrebbe trasformare il Moesano in un palcoscenico elettorale.
La verità è semplice: UDC e PLR stanno cercando di raccontare una storia comoda, ma incompleta. Una storia che dimentica il passato, semplifica il presente e usa la paura per raccogliere consenso.
E allora la domanda finale resta lì, pesante e inevitabile: dove erano PLR, Centro e UDC negli anni passati, quando il dipartimento che ora attaccano era in mano al loro partito?