C’è qualcosa di paradossale in un carnevale che si chiude dietro le transenne. Una festa che nasce per invadere le strade, mescolare volti e voci, dissolvere i confini, si è trasformata a Roveredo in un villaggio delimitato, controllato, filtrato. Il Carnevale Lingera 2026 non verrà ricordato solo per la musica, le maschere, i biglietti d’ingresso contraffatti, le transenne, ma per una domanda scomoda: a chi è servito davvero?
Il Comune ha sostenuto l’evento con risorse pubbliche significative. Non si tratta di spiccioli, ma di fondi della collettività. Soldi dei contribuenti. Soldi che avrebbero dovuto generare benefici diffusi. È legittimo finanziare la cultura. È legittimo investire in tradizioni popolari. Ma quando l’investimento pubblico sostiene un evento strutturato come spazio chiuso e a pagamento, la questione cambia natura. Se la collettività paga, la collettività dovrebbe poter partecipare senza barriere fisiche e simboliche.
Qui, invece, si è scelto un modello da festival privato, con controlli agli accessi e concentrazione delle attività economiche all’interno del perimetro ufficiale. Una scelta che divide più di quanto unisca. Il cuore della manifestazione è stato isolato dal resto del paese. Dentro il villaggio, musica, buvette, spettacoli. Fuori, le vie ordinarie, gli esercizi pubblici, le attività che da anni fanno vivere Roveredo. Il risultato? Flussi di persone convogliati esclusivamente nell’area recintata, con scarsa ricaduta per bar, ristoranti e negozi situati al di fuori. Diversi esercenti hanno espresso amarezza. Non per invidia, ma per esclusione. Per la sensazione di assistere alla propria festa da dietro un vetro. Un carnevale che non attraversa il paese ma lo compartimenta finisce per creare una geografia innaturale: una zona privilegiata e un perimetro dimenticato.
L’argomento secondo cui l’evento “porta gente” non basta. La domanda è: dove quella gente spende? Se consumazioni e intrattenimento sono concentrati dentro un’area centralizzata, gestita dall’organizzazione, il beneficio resta confinato. Alcune aziende private e operatori locali si sarebbero trovati esclusi dalle opportunità logistiche e commerciali legate alla manifestazione. Quando un evento sostenuto dal Comune finisce per favorire pochi soggetti e marginalizzarne altri, non si tratta più di organizzazione tecnica. Si tratta di scelta politica. E le scelte politiche meritano discussione pubblica.
Nessuno mette in dubbio l’impegno dei volontari o la buona fede degli organizzatori. Il problema non è l’entusiasmo, ma l’impostazione. Un carnevale può essere aperto, diffuso, integrato nel tessuto urbano. Oppure può essere strutturato come evento chiuso, con logiche di controllo e gestione centralizzata. Ma se si opta per la seconda formula, occorre avere il coraggio di dirlo chiaramente e soprattutto di giustificarlo, numeri alla mano.
Qual è stato il costo complessivo? Qual è il ritorno economico reale per il paese? Quante attività locali sono state coinvolte e quante escluse? Quale analisi è stata fatta prima di approvare il contributo pubblico? Il silenzio su questi punti alimenta il malcontento. Il Carnevale Lingera dovrebbe essere il simbolo di una comunità che si riconosce. Invece, l’edizione 2026 rischia di essere ricordata non per i carri o le maschere, ma per le transenne che tagliano le piazze, per i giubbotti antiproiettile sugli uscieri comunali e per un clima di esclusione. Un carnevale blindato, dove il dissenso non sfila ma viene fermato ai controlli, soprattutto se osa discostarsi dal verbo del Leader Maximo roveredano o da quello, più sussurrato ma non meno influente, di chi gli parla all’orecchio. Una festa che separa il dentro dal fuori, chi paga dall’osservatore, il centro dal resto. Il paradosso è evidente: si chiama festa popolare, ma funziona come spazio selettivo. È finanziata con fondi pubblici, ma distribuisce benefici in modo concentrato. Roveredo merita un dibattito serio su questo modello. Perché le tradizioni non si difendono blindandole. Si difendono aprendole, rendendole inclusive, facendole respirare nelle strade del paese. Un carnevale non dovrebbe essere un recinto. Dovrebbe essere un’onda che attraversa tutti.
Gruppo di Vigilanza Comunale Roveredo (GVCR)