“Board of Peace”: Stupita e indignata

Indignazione per la presenza della Svizzera, in qualità di osservatore, nel gruppo voluto da Donald Trump, il cosiddetto Board of Peace, ma anche stupore: sono questi i sentimenti che traspaiono da questa lettera.
20.02.2026
2 min
Donna anziana con capelli rossi ricci, indossa una giacca verde e una sciarpa bianca. È seduta e sembra assorta nella lettura o nella riflessione.

Mi scuso: probabilmente non interessano a nessuno il mio stupore e la mia indignazione. Ed è giusto cosi. Eppure questa notizia mi è sembrata surreale. Il nostro Paese, lo stesso che fa fatica ad esprimere un giudizio chiaro ed inequivocabile di fronte ad efferatezze conclamate, che invoca la neutralità costituzionale per quanto riguarda la sua politica tra Stati ad ogni piè sospinto (anche quando non ce ne sarebbe bisogno se leggiamo attentamente la Costituzione) cosa ci fa come osservatore – anche se “solo” osservatore – nel sedicente “Board of Peace” del miliardario nonché Presidente USA Trump, organo che sembra addirittura stare in contraddizione con il Diritto internazionale? Cosa ci fa la Svizzera quando la maggioranza degli Stati europei si distanzia (Francia, Belgio ed altri anche dall’essere osservatori) e nella stessa UE c’è perplessità e malcontento per l’invio, da parte di Ursula von der Leyen di “osservatori” appunto. E cosa vuol dire inviare un osservatore o osservatori, definiti anche una categoria ibrida? Che in parte accetta, condivide una certa quale idea ma anche una certa quale azione rilevandosi solo a metà. Idea ed azione che in questo caso di buono potrebbe avere molto poco visto quanto continua a succedere a Gaza e quel nulla che si sta facendo per contrastare la catastrofe umanitaria e assodato non tanto l’amore per l’umanità ma quello per il suono celestiale dei dollari da parte degli illustri convitati al Board of Peace, in modo particolare dal suo Presidente a vita. Un osservatore controlla? Si, è possibile ma la sua “verifica”, il suo giudizio, potranno mai contare qualcosa in un simile contesto e da una prospettiva di tale minoranza? Non è invece che, mettendoci la presenza, accompagnata oltretutto da una pseudo intenzione di partecipazione sospesa tra Berna e New York, si diventa complici? Lo Stato del Vaticano, che sembra debba saperne qualcosa, ha declinato decisamente l’offerta. Come del resto altri Stati. Se la Svizzera diventerà complice di questo “affare” spero di non essere la sola ad indignarmi.

Nicoletta Noi-Togni