L’occidente sta invecchiando, le statistiche sono impietose e la presenza degli anziani è ben visibile nei quartieri, nelle strade, nelle chiese, nei circoli, nelle associazioni dei pensionati e questa attempata platea sollecita dibattiti.
Tutti ne parlano, tutti sembra vogliano occuparsene; Papa Francesco, per esempio, prese a cuore la categoria, la difese contro quella che definiva “La cultura dello scarto” e a vario titolo anche la politica si preoccupa per un welfare che può andare in crisi, riconoscendo nel contempo meriti ad un “volontariato involontario” che supplisce carenze di servizi dello stato.
Non voglio però infilarmi in dialoghi sui massimi sistemi, solo dare un po’ di luce alla stagione che, se hai fortuna la vivi, quella che, fra tutte, è certo la più impegnativa.
Ne parlo perché la vivo e la condivido con “ragazzini” come me quotidianamente impegnati con tenacia nel districarsi tra visite mediche, acciacchi, controlli periodici e purtroppo anche con dolorose perdite di coetanei che ricordano che il tempo che resta è davvero breve.
Riflessione impegnativa questa che ironicamente tento di esorcizzare paragonando la vita ad un reality dove i concorrenti finiscono in “nomination” e a quel punto si aggrappano ai voti salvifici del pubblico.
Nello specifico però il pubblico è assente, ha poco tempo di ascolto, poco tempo da perdere con un anziano che, figurarsi, addirittura la sera si collega con la diretta da Lourdes e recita il rosario.
Si proprio quel “mantra antesignano” che le famiglie contadine recitavano la sera davanti al camino, litanie in latino storpiate mentre si era mezzi addormentati e sfiniti dalle fatiche, la testa dei bambini che cascava nel grembo della mamma: “Santa Maria stiuesimo...Santa Maria stiuamine”, mantra che allora leniva fame e fatica, mentre ora sostiene e consola una salute precaria, un tempo incerto.
Una delle ultime preghiere da Lourdes chiudeva con il “Cantico dell’anziano” di Papa Giovanni XXIII, non lo conoscevo e mi ha commosso, recitava così:
“Benedetti quelli che comprendono il mio bisogno di affetto / Benedetti quelli che comprendono il mio camminare stanco / Benedetti quelli che si ricordano della mia solitudine / Benedetti quelli che non si stancano di ascoltare i miei discorsi già tante volte ripetuti / Benedetti quelli che stringono con calore le mie mani / Benedetti quelli che parlano a voce alta per aiutarmi a sentire / Benedetti quelli che mi guardano con simpatia”.
Novero di criticità proprie della stagione dell’anziano, qualcuna la conosco e provo gioia quando incontro chi è capace di queste “beatitudini” e sono felice più per lui che per me perché intravedo in chi mi sta davanti una vita piena, attenta, giusta che denota sapienza di cui tanto avrebbe bisogno la società; ne trarrebbe essa stessa vantaggi imparando a non rapinare il tempo ma a viverlo, conoscerlo e scoprire, anzitempo, il suo splendore ma anche la sua ombra.
Anche noi anziani però dobbiamo essere capaci di “beatitudini” elencate in altra preghiera il cui testo purtroppo non ho ritrovato, anche se ho ben chiaro in testa il messaggio che invitava ad essere capaci di lasciare liberi i giovani di elaborare il loro futuro sia che lo si giudichi giusto o sbagliato, invitava a smettere di crucciarsi che non è più come una volta, invitava a capire che le energie che abbiamo avuto noi ora sono legittimamente in mano alla nuova generazione che, forse, ha davanti sfide più impegnative delle nostre.
Ecco allora la vera “beatitudine” dell’anziano, l’essere capace di sedersi in panchina e, con un sorriso, dire ai giovani: “Ecco, tocca a voi, entrate in campo, giocate con onestà la vostra partita, io, ora, ho altro da fare, ma tifo per voi”.