I tempi attuali, l’AI, la smaterializzazione, i social, il virtuale, mi hanno suggerito questa riflessione/proposta che ritengo utile proprio per lenire i disagi di una generazione di giovani smarriti, aggressivi, slegati dal reale.
Non provocazione, ma proposta seria la mia, infatti quello che auspico è che le scuole di ogni grado, così come attualmente sono dotate della palestra, in futuro possano disporre anche di un terreno dove gli studenti imparino le tecniche e i tempi del seminare, del curare, del proteggere, del crescere e infine del raccogliere.
Ne parlo proprio ora che gli orti, salvo qualche verza invernale, sono in letargo, per marcare le attenzioni, le fatiche necessarie ogni mese per arrivare al raccolto che madre terra mai nega.
Attualmente, con i miei tanti anni, fatico ad accudire l’orticello, ma insisto, memore di quando l’orto, con la stalla, il pollaio, il maiale era uno dei sostegni alimentari per la famiglia; certo, ora, non c’è più l’affanno del raccolto, ma sorprendentemente il rivoltare le zolle, mettere a dimora le piantine, innaffiarle, crescerle, infine raccogliere, finisce con l’essere ancora una grande scuola di vita.
Proprio questa considerazione mi fa dire che la prospettata nuova materia di studio contiene valori preziosi per i giovani di questi nostri faticosi giorni, perché sulla terra bisogna piegarsi, perché la terra richiede reciprocità e dà proporzionalmente a quanto riceve, perché serve saggezza nei tempi della semina, pazienza nell’aspettare i frutti, fede nella provvidenza, infatti:
“...Né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere...”.
Serve anche sopportazione quando insetti o tempesta distruggono il raccolto, lungimiranza per preservare semi per il futuro e finanche generosità capace di offrire frutti al vicino quando l’orto abbonda.
Stona, condividete, la mia visione con la logica dilagante del ”Tanto - Subito - Senza fatica”, ora più che mai di moda, ma che sempre porta alla delusione, al disagio e drammaticamente lontano da una vita onesta.
Qualche istituto scolastico la “visione” l’ha intuita, qualche orticello improvvisato l’ho visto, alcuni insegnanti hanno accompagnato i ragazzi alla visita di orti comunali e tutto ciò va incoraggiato.
Per chiudere la riflessione e sostenere la mia proposta sottolineo che l’orto risulterebbe un paziente “Insegnante di sostegno”, un autorevole “Docente formativo” che non ha bisogno di fumose argomentazioni filosofiche perché il suo messaggio è semplice, esplicito: “Come semini raccogli” che riferisce di certo anche al campo della vita dove ognuno raccoglierà ciò che avrà seminato.