L'articolo pubblicato nei giorni scorsi sul nostro giornale, «Coira, clinica psichiatrica per bambini e adolescenti già piena», mi ha spinto a riflettere su un tema così delicato ma tanto importante.
La Clinica psichiatrica per bambini e adolescenti, situata nell'area della Clinica Waldhaus di Coira e facente parte dei Servizi Psichiatrici dei Grigioni (PDGR), è costata al Cantone circa 50 milioni di franchi e accoglie ragazzi fino ai 17 anni di età. La struttura dispone di 21 posti letto, suddivisi in tre reparti con sette letti ciascuno destinati a bambini, adolescenti e psicoterapia. A questi si aggiungono sette posti nel servizio diurno.
Eppure, la moderna struttura e l'importante investimento rischiano di essere insufficienti in quanto la domanda continua a crescere. Come riportato da Telesguard, la direttrice medica della psichiatria infantile e giovanile dei PDGR, Heidi Eckrich, ha dichiarato: «Nonostante l'aumento del personale, nonostante l'ottimizzazione dei processi, nonostante un ritmo di lavoro sempre più intenso ed efficiente, abbiamo ancora fino a 100 persone in lista d'attesa per trattamenti ambulatoriali».
Di fronte a questi dati mi pongo alcune domande.
La prima: i problemi psichici nei bambini sono presenti fin dalla nascita, magari per predisposizioni biologiche o genetiche, oppure insorgono successivamente a causa di fattori ambientali, educativi, familiari e sociali?
La seconda: come mai nelle generazioni precedenti si parlava molto meno di disturbi psichici in età infantile e adolescenziale? I bambini e i ragazzi di allora soffrivano degli stessi problemi, che però non venivano riconosciuti o diagnosticati, oppure le condizioni educative, familiari e sociali erano tali da ridurne l'insorgenza o la manifestazione?
C'è anche un altro interrogativo che mi incuriosisce. In che modo uno psicoterapeuta può aiutare bambini molto piccoli a correggere determinati comportamenti, quando questi bambini non dispongono ancora degli strumenti cognitivi e della maturità necessari per comprendere il lavoro terapeutico? So che i genitori vengono coinvolti e accompagnano i figli durante il percorso. Mi chiedo quindi se, almeno in alcuni casi, il lavoro dello specialista non passi anche attraverso un sostegno ai genitori, aiutandoli a individuare modalità educative, atteggiamenti e relazioni che possano favorire il benessere del bambino.
Non ho risposte definitive a queste domande. Lo scopo di questo mio intervento non è quello di criticare il lavoro degli specialisti o dei genitori, bensì di stimolare una discussione serena e costruttiva su un fenomeno che riguarda un numero crescente di giovani e famiglie. Comprendere meglio le cause di questo disagio potrebbe essere utile non solo agli addetti ai lavori, ma anche ai genitori e alla società.