A Roma il potere aveva imparato presto a conoscere l’importanza dell’umore della folla. Corse dei carri, combattimenti tra gladiatori e rappresentazioni grandiose richiamavano migliaia di spettatori. Gli imperatori gareggiavano anche nella costruzione di opere capaci di lasciare il segno e, possibilmente, il proprio nome nella storia.
Il Colosseo è il simbolo più evidente di quell’epoca. Voluto da Vespasiano e inaugurato nell’80 dopo Cristo dal figlio Tito, poteva contenere decine di migliaia di persone. Non era soltanto un luogo di spettacolo: rappresentava anche la grandezza di Roma e la capacità del potere di offrire al popolo qualcosa da vedere, commentare e ricordare.
Sono trascorsi quasi duemila anni.
Le arene sono cambiate. Alcune hanno il tetto retrattile, schermi giganteschi e telecamere capaci di stabilire se un ginocchio si trovasse qualche centimetro più avanti di un altro. Gli spettatori non sono più alcune decine di migliaia, ma miliardi.
Il principio, però, rimane sempre lo stesso.
Anche oggi un grande spettacolo riesce per qualche tempo a cambiare le conversazioni. Le guerre continuano, la politica internazionale si agita, le economie preoccupano, ma improvvisamente il mondo discute di un rigore, di un fuorigioco o di una decisione arbitrale.
Niente di male. Il calcio è anche questo: passione, appartenenza e, per qualche ora, la possibilità di dimenticare tutto il resto.
Il problema, semmai, nasce quando qualcuno comincia a pensare che il pallone possa essere governato con le stesse regole con cui ritiene di poter governare tutto il resto.
Nel corso della storia non sono mancati uomini convinti che una carica importante fosse qualcosa di molto simile a un trono. Alcuni amavano le parate, altri i monumenti. Qualcuno preferiva essere circondato da cortigiani. I tempi moderni hanno aggiunto televisioni, social network e conferenze stampa.
Cambiano gli strumenti. La musica è comunque sempre quella.
Così può capitare che anche un Campionato di calcio diventi qualcosa di più di una competizione sportiva. Un palcoscenico straordinario, una platea mondiale e un’occasione difficilmente trascurabile per chi ama stare al centro della scena.
Qualche premura, naturalmente, non manca mai. Il potente di turno trova spesso qualcuno disposto a sorridere un po’ più del necessario, ad applaudire con particolare entusiasmo o persino a inventare un premio per la pace. Se poi si tratta della pace del calcio, tanto meglio: quella, almeno, non richiede complicate trattative diplomatiche.
Il pallone, tuttavia, è rotondo e non sempre va nella direzione voluta..
Lo sapeva bene, il grande allenatore, Giovanni Trapattoni quando ricordava: «Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco». Una delle sue frasi più celebri, diventata proverbiale: mai considerare acquisito un risultato prima del fischio finale.
Un consiglio nato per il calcio, ma forse, e senza forse, utile anche altrove.
Perché si può sconvolgere la politica mondiale, alzare la voce, spostare equilibri e convincersi che ogni partita debba necessariamente concludersi secondo il proprio piano, ma quando arriva il novantesimo minuto e l'arbitro fischia ... qualche volta, il gatto, non è nel nel sacco!
Il panem et circenses non è scomparso. Si è modernizzato. Il circo è diventato globale, le immagini viaggiano in pochi secondi e gli spettatori si contano a miliardi.
Quanto agli imperatori, ufficialmente non ce ne sono più.