Stiamo vivendo uno dei periodi più difficili degli ultimi decenni. Guerre che, oggigiorno, sembravano impossibili sono tornate a minacciare non solo la pace internazionale, ma anche il nostro modo di vivere, le nostre abitudini quotidiane e perfino le nostre certezze più profonde. A questo scenario già drammatico si aggiunge una situazione economica globale sempre più instabile, che non lascia intravedere niente di buono.
Le crisi economiche non colpiscono tutti allo stesso modo. I grandi patrimoni possono resistere anche a lunghi periodi di difficoltà. Ma la gente comune, la grande maggioranza della popolazione, non dispone di queste difese. Per milioni di famiglie ogni aumento dei prezzi, ogni perdita di stabilità, ogni nuova tensione internazionale si traduce immediatamente in preoccupazioni e rinunce.
In questo contesto anche i governi dei vari Paesi si trovano in una posizione estremamente difficile. Anche quando agiscono con buone intenzioni, sono spesso intrappolati in un groviglio di trattati, regolamenti internazionali e decisioni prese in passato da altri, che limitano fortemente la libertà di scelta. Le decisioni che devono prendere non sono sempre quelle che vorrebbero prendere, ma quelle che le circostanze impongono.
Nel frattempo, le opposizioni politiche sfruttano inevitabilmente i momenti di crisi per attaccare le maggioranze legittimamente elette a governare, nella speranza di guadagnare qualche consenso in più. È una dinamica tipica della politica, ma in momenti così delicati rischia di aggravare ulteriormente le tensioni e aumentare la confusione.
La gente comune, soprattutto in Europa, appare smarrita. Per decenni abbiamo vissuto nella convinzione che la pace fosse ormai acquisita definitivamente. Le generazioni cresciute dopo la Seconda guerra mondiale hanno conosciuto stabilità, sviluppo e libertà di movimento. Oggi invece assistiamo increduli al ritorno di minacce, conflitti e paure che sembravano appartenere al passato.
Proprio recentemente, guardando un documentario che mostrava alcune delle meraviglie del nostro pianeta, ho pensato che quelle meraviglie rischiano di non essere visitate da nessuno per molti anni. E ho anche pensato con una certa tristezza a tutto ciò che rischiamo di perdere per colpa di qualche prepotente assetato di potere e di denaro.
Viaggiare, scoprire il mondo, incontrare altre culture sono state per molti anni esperienze quasi naturali. Oggi invece il pensiero corre a scenari diversi: meno voli, meno spostamenti, meno vacanze. Interi Paesi che vivevano grazie al turismo si trovano improvvisamente privati della loro principale fonte di sostentamento. Località un tempo affollate rischiano di cadere nell’oblio e nella recessione.
Persino infrastrutture che rappresentavano il simbolo del progresso: strade, autostrade, ferrovie, navi e aerei, improvvisamente, si sono trasformate in luoghi insicuri. Il mondo che per decenni sembrava avviato verso una crescente integrazione rischia di ripiegarsi su sé stesso, mentre conquiste economiche, culturali e civili faticosamente costruite cominciano a vacillare.
E allora sorge spontanea una domanda: perché tutto questo? Com’è possibile che pochi uomini, possano gettare il mondo intero in una tale confusione?
Il contrasto con altri esempi della vita internazionale appare ancora più evidente. Da poco si sono concluse le Olimpiadi invernali e si stanno svolgendo le Paralimpiadi. In queste manifestazioni lo sport mostra il suo volto più nobile: atleti di Paesi diversi che si sfidano con rispetto, bandiere sventolate con orgoglio ma senza arroganza, competizione senza odio. È un piccolo ma bellissimo simbolo di ciò che il mondo potrebbe essere: un luogo di confronto, non di distruzione.
Eppure, mentre qualcuno parla di pace, altri continuano a combattere guerre, senza pudore, arrivando perfino a vantarsi dei risultati ottenuti contro popolazioni molto più deboli per mezzi e possibilità.
Chi sa quante rinunce dovremo ancora accettare prima che i fautori della guerra si ritengano soddisfatti. Nel frattempo, si discute spesso della crisi demografica e della scarsa natalità. Ma nello stesso momento migliaia di giovani vengono uccisi nei conflitti o nelle dimostrazioni da loro organizzate per ottenere maggiore libertà. Giovani che appartenevano a Paesi diversi, ma che in fondo erano tutti parte della stessa umanità, la nostra umanità. Quante cose avrebbero potuto realizzare? Quali scoperte, quali opere, quale progresso avrebbero potuto offrire al mondo e non solo al loro Paese?
Non lo sapremo mai.
La vergogna si aggiunge alla vergogna perché alcuni di questi giovani vengono pianti e ricordati, mentre di altri si preferisce non parlare. Ma la morte non dovrebbe avere gerarchie. Un essere umano è un essere umano, indipendentemente dal luogo in cui vive o dalla bandiera sotto cui è nato. La morte come diceva il grande Totò nella poesia “a livella” ci rende tutti uguali!
Non sorprende tanto l’indifferenza di chi provoca queste tragedie. Ciò che colpisce di più è l’accettazione passiva di una parte dell’opinione pubblica, che finisce per convincersi che alcune vite valgano più di altre.
Eppure, se c’è una lezione che la storia dovrebbe averci insegnato, è proprio questa: quando si comincia a misurare il valore della vita umana con criteri di convenienza politica o di appartenenza geografica, l’umanità intera sta facendo un passo indietro.
Forse il vero compito del nostro tempo dovrebbe essere proprio quello di ricordarlo. Non solo nei momenti solenni, ma ogni giorno. La pace, la dignità umana e il rispetto reciproco non sono conquiste definitive: sono equilibri fragili che devono essere difesi continuamente.