Anche l’abbandono può avere il suo fascino. Lo penso spesso quando, camminando sulle nostre montagne, m’imbatto nei resti erosi dal tempo di quanto fatto da generazioni di povericristo, con il poco a loro disposizione. L’abbandono ti suscita emozioni forti e la consapevolezza che quei miseri mucchietti di sassi, quei tetti crollati, quelle finestrelle aperte come occhiaie vuote nei ruderi di antiche cascine, sono una testimonianza. La storia sedimentata di una civiltà, che, per estrema necessità, ha colonizzato con tenacia il silenzio delle alte quote.
Poi però, riflettendo, mi chiedo fino a quando il fascino rimarrà tale, prima di stemperarsi in una struggente nostalgia. La nostalgia per un mondo che scompare, per un capitolo della nostra storia e della nostra identità irrimediabilmente inghiottito dal tempo, dalla natura e dall’oblio. Ancora pochi anni? Qualche decennio?
Proprio per questo, ti si allarga il cuore, quando invece incontri i segni di una montagna che vive: una cascina riattata, il tetto rimesso a nuovo di una stalla, un pascolo ripulito, un sentiero ritrovato...
Prendiamo un esempio: l’alpe di Rossiglion, proprietà di Selma, che se ne sta lassù, appiccicato all’isoipsa dei duemila metri, sopra Landarenca, in Val Calanca.
Vederlo lì, disteso ai piedi degli aspri contrafforti del Mottone Rosso di Grav, con i suoi magri pascoli sporcati dal grigio delle pietraie, le cascine e lo stallone con il tetto sfondato, cerchi di immaginare la vita di quelle generazioni di resistenti, che sono saliti quassù tra mille fatiche e privazioni, per guadagnarsi una brancata d’erba, qualche forma di formaggio e, tutt’al più, una boccata d’aria buona e splendidi panorami per niente utili a calmare la fame.
«La mia famiglia ha caricato l’alpe di Rossiglion per oltre vent’anni, con un centinaio di mucche, capre e maiali», mi racconta Ermes Colombi. «Nonno Angelo ha iniziato nel 1934, fino al 1955. Mio padre, Lucio, l’hanno portato su piccolino nel ’41, quando è stata inaugurata la cascina nuova. Se la facevano tutta a piedi, la strada. Partivano con le bestie alle due di notte da Monte Carasso, al passaggio a livello di Arbedo, il casellante chiudeva le barriere per poter radunare le mucche e attraversare i binari senza pericolo».
Lungo il tragitto la mandria cresceva. Villaggio dopo villaggio, i contadini affidavano ai Colombi una o due vacche. Per molte famiglie quella era tutta la loro ricchezza. L'alpe non apparteneva soltanto a chi lo gestiva, era il cuore di un'economia che coinvolgeva un'intera regione.
«Nel 1955, al nonno Angelo succede Alberto Negretti, il cui fratello, Edi, in precedenza, aveva fatto l’aiuto alpigiano per la nostra famiglia.» Racconta ancora Ermes. «Seguiranno poi Americo Rossini, Silvio Piatti, casaro bergamasco che continuerà a produrre formaggio fino al 2006, e infine Alfio Tamò, per qualche anno, con le sole vacche nutrici.»
Poi vennero gli anni dell'abbandono. Come per molti alpeggi della Svizzera italiana.
Il vento entrò dalle finestre senza imposte. La neve si accumulò sui tetti, quello dello stallone (dicono risalisse al 1600/1700, mentre l’alpe è già menzionato in uno strumento di terminazione del 1344) crollò per il peso, la pioggia trovò crepe sempre più profonde. Sembrava che anche l’alpe di Rossiglion si sottomettesse al destino inevitabile di tante costruzioni alpine: trasformarsi lentamente in ruderi, fino a confondersi con il paesaggio.
Eppure la montagna possiede una straordinaria capacità di pazientare.
Basta che qualcuno torni ad ascoltarla.
Dopo un primo tentativo della Pro Selma, all’inizio degli anni Novanta, fallito in parte per mancanza di fondi, ora l'Associazione Sentiero alpino della Calanca (ASAC) ha scelto di farlo, restaurando la cascina dell’alpigiano e risistemando il vecchio sentiero Rossiglion-Alp de Piöv, ormai caduto in disuso. Motore del progetto John Bürge, dell’ASAC, coadiuvato da volontari e diversi soci dell’associazione e con il sostegno del Comune di Calanca.
Da oggi Rossiglion cambia così funzione e diventa una capanna alpina. Un rifugio per gli escursionisti, per chi percorre i sentieri alti della valle (lì vicino passa anche la Via Crio, tracciata di recente), per chi cerca una notte di silenzio sotto un cielo ancora capace di mostrare migliaia di stelle.
Restaurare una cascina non significa cancellarne le rughe. Al contrario, significa conservarle, permettendo però che possano continuare a raccontare. È una trasformazione che rispetta il passato. La casa che un tempo accoglieva gli alpigiani continuerà ad accogliere persone. Cambiano gli ospiti, non la vocazione dell'edificio.
Il progetto, tuttavia, non è ancora concluso.
Accanto alla cascina rimane lo stallone, l'antico ricovero del bestiame. Anch'esso attende di essere salvato. L'associazione ha avviato una raccolta fondi affinché anche questo edificio possa essere recuperato, completando un insieme che rappresenta non soltanto un patrimonio architettonico, ma una preziosa testimonianza della civiltà alpina.
In un'epoca in cui tutto sembra consumarsi rapidamente, questi restauri ci insegnano un'altra idea del tempo. Quella della manutenzione, della pazienza, della continuità. Valori che appartengono alla montagna molto più di qualsiasi panorama.
Rossiglion continuerà a essere un luogo di passaggio. Un tempo passavano le mandrie durante la transumanza. Oggi passeranno escursionisti, famiglie, camminatori, viaggiatori curiosi.
Forse qualcuno si fermerà sulla soglia, al tramonto, osservando la Calanca che si distende verso il fondovalle. Sentirà il sussurrare del vento sui pascoli, il richiamo di un rapace, il suono lontano di un ruscello.
Difficilmente immaginerà fino in fondo la durezza della vita che qui si conduceva.
Ma proprio questa è la forza dei luoghi salvati: non trasformano la storia in un museo. La rendono abitabile.
Per questo la cerimonia d'inaugurazione del prossimo 16 agosto non celebra soltanto un restauro riuscito. Celebra un patto silenzioso tra chi ha costruito queste mura in un lontano passato e chi oggi ha deciso di non lasciarle morire.
Le pietre non parlano.
Eppure, quando qualcuno se ne prende cura, ricominciano a raccontare.