La serata, organizzata dalla Biblioteca comunale di Grono, si è inserita nel cartellone estivo dei «libri in libertà»: le casette di libri disseminate sul territorio, a cui si aggiungerà dal 17 giugno un nuovo punto lungo i percorsi di escursionisti e ciclisti, abbinato a una delle panchine gialle del progetto cantonale «Come stai?» promosso dall’Ufficio della sanità. L’estate si chiuderà l’8 settembre con Riccardo Braglia e il suo «Il cammino nel deserto».
Il romanzo, pubblicato da Gabriele Capelli Editore nel 2025, è valso all’autrice il Premio svizzero di letteratura 2026 e il Premio letterario grigione 2026. Nel dialogo con Rachele Bianchi Porro, il libro è stato subito portato nel suo punto più sensibile: non il Ponte Morandi come semplice fatto di cronaca, ma il modo in cui un evento improvviso entra nelle vite, le attraversa, le modifica o le lascia apparentemente intatte.
Rachele Bianchi Porro ha insistito sull’asimmetria tragica del romanzo — il lettore sa, i personaggi no — e su quello «scricchiolio» che nessuno sente mentre le giornate continuano, i piani si fanno, le vite si organizzano, i sogni restano aperti. Begoña Feijoo Fariña ha ricondotto tutto alla domanda da cui il libro è nato: «come cambia lo sguardo verso il posto dove abiti», quando il paesaggio quotidiano viene ferito in un solo giorno. Per rispondere, ha spiegato, ha dovuto prima creare le vite, che sono i veri luoghi entro cui l’evento può accadere.
Da qui anche il suo rapporto quasi fisico con i personaggi: «io ho amato tutti i miei personaggi», ha detto, e non come formula di assoluzione, ma come dichiarazione di metodo. Amarli significa guardarli fino in fondo, anche quando sono scomodi, negativi, fragili, moralmente compromessi. A partire dal nome: «la prima cosa che devo trovare in un personaggio è il nome», perché «dal nome dipende il carattere»; Sandy è nata così, da un nome fresco e giovane; Dario, che negli appunti iniziali era operaio, con il nome è diventato giardiniere. La scrittura, per Feijoo Fariña, nasce anche da questa esattezza: disciplina, osservazione, ascolto dei modi in cui le persone parlano. «Io spio le persone», ha confessato, perché ognuno parla in un modo tutto suo anche dentro la stessa lingua.
Una galleria di ritratti
Un ponte che crolla. Figura potente e impressionante, immagine che sconvolge prima ancora di essere compresa come fatto. Nata in Galizia, arrivata in Svizzera a dodici anni — prima il Ticino, poi Poschiavo —, biologa di formazione e oggi anima del festival «Lettere dalla Svizzera alla Valposchiavo», Feijoo Fariña ha costruito attorno a questa immagine — 14 agosto 2018, ore 11.36 — un libro in cui la catastrofe occupa pochissime pagine e tuttavia il crollo preme, tangibile, sull’esistenza di tutti i soggetti ritratti.
Le vite sono cinque, e ciascuna incarna un modo di stare nella precarietà. Sandy, studentessa che lavora di notte per pagarsi gli studi e che alla madre, murata in una depressione senza nome, dedica la finzione più struggente del libro: una giornata di shopping recitata da sola, con un abito a fiori comprato per un corpo assente e deposto infine sul letto, «nella speranza che i fiori sapranno riempire non solo la stoffa». Dario, giardiniere con una colpa antica e un figlio che ha smesso di parlargli, intento a ricostruirsi per via di gesti minimi. Luca, operaio che sogna Berlino per il fratello prima che per sé. Marisa, che ha attraversato il marciapiede e l’inferno ed è approdata a un bar dalle tazze spaiate, dove esercita una forma laica di cura. E Dante, il personaggio più scopertamente negativo: razzista educato, padre che pesa la figlia di sette anni, uomo ben vestito la cui impalcatura interiore è tutta crepe e controlli.
È stata l’autrice stessa a fornire al pubblico la chiave di questa galleria: Dante, ha detto, «è il ponte». Imponente, esposto allo sguardo di tutti, certo della propria funzione — e percorso da uno scricchiolio che nessuno ode, fatto di insicurezze amministrate. Quando la struttura cede, cede anche lui: il 15 agosto, davanti all’orologio dell’auto che segna le 11.36, si scopre «privo del coraggio che serve a portare avanti la vita». La corrispondenza tra figura umana e figura architettonica regge l’intero libro, perché ogni personaggio sta al crollo in un rapporto differente: Marisa è già crollata decenni prima e si è ricostruita, Sandy abita ogni giorno una rovina domestica, Dario fa manutenzione delle proprie macerie, Luca progetta la fuga dalla città-rovina. L’evento, quando arriva, rende visibile ciò che in ciascuno già lavorava.
La misura dell’ora
Capitoli intestati ai singoli personaggi scandiscono le giornate dal 10 al 13 agosto, in una prosa al presente, lenta, fedele all’irrilevanza apparente del quotidiano; e quel sapere che il lettore ha in più trasforma ogni gesto minimo in materia tragica allo stato latente. Poi, il 14 agosto, la forma cambia. Le microstorie smettono di avere ciascuna il proprio capitolo e vengono montate in una sequenza serrata e agganciate all’orologio: le 9.25, le 10.02, le 11.28.
La prosa si fa cronometrica: ogni minuto contato è un minuto che separa vite ignare dall’irreparabile. Quando il boato arriva, è «un altro tuono senza luce», e la frase che lo segue vale come dichiarazione di poetica: «Tutto ciò che accade da ora non ha tempo e accade in conseguenza di questo ora appena passato». L’evento sospende la cronologia: c’è un prima fatto di ore e minuti, e un dopo che è solo conseguenza, pura.
Anche una scelta etica regge questa architettura: nessuno dei personaggi muore nel crollo. Sarebbe stata una spettacolarizzazione del lutto, ha spiegato Feijoo Fariña. La catastrofe viene così narrata interamente dai suoi margini — un parcheggio di supermercato, una galleria intasata, un telefono che squilla dentro un capannone — e diventa ciò che è stata per quasi tutti: una notizia che arriva per onde, di voce in voce.
Del Morandi, ha osservato Bianchi Porro, il libro parla pochissimo. Racconta semmai l’umano che gli sta intorno, e il giorno del disastro le microstorie si fanno da parte davanti alla Storia con la maiuscola — pur essendo loro, ha ribattuto l’autrice, a costituirla: senza qualcuno che osservi e ricordi, un evento quasi non accade. Persino la pagina lo dice: le date dei capitoli crescono tipograficamente fino al 14 agosto per poi ridursi, un’onda — idea dell’editore — che si gonfia, si infrange e si ritira. Come onde di passaggio, appunto: non ciò che resta immobile, ma ciò che attraversa, tocca, si ritira.
Qualche epoca fa, le sorti degli uomini stavano in balìa degli umori divini. Oggi, sostituita la regia, chiamiamo ineluttabile ciò che sfugge al nostro campo visivo. Quello che l’occhio non ha ispezionato, che l’attenzione non ha trattenuto, ciò che non siamo capaci di predire. Eppure, la quantità di capacità osservativa non ci manca. Ma quello che conta, e in Come onde di passaggio lo si impara, forse proprio questo: l’attenzione con cui una vita dovrebbe essere guardata, prima che il crollo esponga le macerie.