Il ruolo della Pro Grigioni Italiano «dovrebbe essere quello di criticare apertamente e con forza le istituzioni quando le leggi e i mandati costituzionali non vengono rispettati». Così osservava Luigi Menghini, in un articolo pubblicato pochi mesi fa sul «Bündner Tagblatt» e su diverse testate svizzero-italiane, aggiungendo: «Negli ultimi anni, però, questa voce si è fatta più debole. Le critiche della Pgi appaiono più caute, più moderate, quasi addomesticate. Si percepisce che l’attitudine combattiva di un tempo, la necessaria incisività e la pressione sulle autorità si sono affievolite».
Silenzi
Alla pubblicazione dell’articolo la Pgi ha risposto con un silenzio imbarazzato.
Circa un anno fa la Pgi ha promesso di lavorare a soluzioni per evitare il ripetersi di vicende come quelle del bando d’appalto per il ponte di Cimavilla, pubblicato solo in tedesco, o quelle delle domande di accordi di prestazione per la promozione culturale, ma poi non se ne è più sentito nulla. Tutto risolto?
L’estate scorsa la stessa Pgi si è poi vantata della collaborazione con la Deputazione grigionitaliana per la presentazione di un atto parlamentare per l’attuazione di una politica linguistica cantonale. Al di là dell’esito discutibile – il classico caso in cui la montagna partorisce un topolino –, della pretesa collaborazione con la DGI non è stata lasciata traccia nei verbali o, almeno, così si sostiene da parte della stessa Pgi in una lettera firmata (allegato 1). Forse l’associazione non è dunque tanto «democratica» e «trasparente» come sostiene di essere.
Significativo è, non da ultimo, il silenzio totale sulla decisione della Città di Coira di rifiutare l’apertura di una terza classe bilingue, nonostante la forte richiesta. La Pgi è al contrario intervenuta per esprimere la sua preoccupazione per l’abolizione del francese nelle scuole elementari del Canton Zurigo... peccato che lo abbia fatto fuori tempo massimo, cioè quando il Parlamento aveva ormai già votato. Uno specchietto per le allodole?
Nel frattempo nel Comune di Calanca si discuteva di tradurre i documenti ufficiali in tedesco... e la Pgi non ha fatto un fischio. L’elenco potrebbe continuare a lungo, a partire dal silenzio al riguardo dell’Ordinanza sul liceo, secondo cui «per allievi con il romancio o l’italiano quale prima lingua vengono esaminate le competenze di base di tedesco quale prima lingua». Non chiari – o non pronunciabili – sono gli interessi che la Pgi ha deciso di proteggere scegliendo di non dire una singola parola su questo tema, nonostante al suo interno fossero state proposte diverse opzioni di intervento.
Si potrebbe obiettare che la situazione dell’italiano è monitorata per mezzo di una assidua rassegna stampa che, dopo una temporanea sospensione, è stata affidata a un servizio automatizzato. Il risultato è una messe di informazioni di vario genere, selezionate quel poco che basta per rimuovere le notizie sgradite, come p. es. lo stesso articolo citato all’inizio di questo articolo, cioè di quelle che mettono a nudo il cedimento della Pgi di fronte al potere: per il Governo cantonale solo complimenti o, perlomeno, niente critiche.
Piccole orchestrazioni
Nell’articolo «La Pgi, all’incontrario» del 1° agosto scorso ho già avuto modo di riferire al riguardo dell’«irritata» risposta del Consigliere di Stato Peter Peyer a una rassegna stampa a lui recapitata, concernente la discriminazione degli italofoni nei bandi di concorso dell’Amministrazione cantonale. Le raccomandazioni del rapporto commissionato dalla Confederazione nell’anno 2019, citate all’inizio della circolare («La (buona) conoscenza di una delle due lingue minoritarie dovrebbe essere un criterio centrale per l’assegnazione di ciascun posto di lavoro. Il livello di conoscenza del tedesco non dovrebbe essere ritenuto prioritario per gli italofoni»), non erano «sempre traducibili alla lettera» – si diceva nella risposta di Peyer – e agli occhi del Governo erano perciò destinate, come logica conseguenza, a restare lettera morta.
Peyer, come si scopre oggi, era in realtà solo un postino. La missiva indirizzata al presidente della Pgi non era scritta da lui, ma dal delegato del Servizio specializzato per il plurilinguismo Alberto Palaia su incarico del Consigliere di Stato Jon Domenic Parolini, che voleva una «risposta o reazione». Senza che si fossero sentiti prima, il delegato scrive dunque al capo del DGSS per trasmettergli due proposte di risposta di simile contenuto, ma con una differenza di rilievo: la prima a firma dello stesso Peyer; la seconda, invece, a firma del vero autore e del capo dell’Ufficio del personale. «La versione 1 avrebbe sicuramente maggior peso», si dice nell’email. «Le circolari della rassegna stampa sono una questione già da tempo. (...) Sull’argomento affrontato in questo caso stiamo discutendo con la direzione della Pgi (...) ormai da un bel po’. Con la versione 2, nei confronti della Pgi, ci ripeteremmo soltanto». Poche ore più tardi Peyer accetta di prestarsi come portalettere d’alto rango, proponendo di mettere in copia anche gli altri «così che vedano che tra noi c’è uno scambio» (allegato 2).
L’interlocutore risponde con entusiasmo: «Allora la versione 1!». Finalmente era possibile fare la voce grossa, esibire l’irritazione personale di un membro del Governo, non importa se simulata, al pari del confronto interno. L’obiettivo di mettere a tacere una voce «non allineata» era a portata di mano, con il vantaggio – per Parolini e Palaia – di non doversi esporre: a metterci la faccia sarebbe stato qualcun altro.
Risposte infelici
Anche l’ultimo scambio di email una breve considerazione. «Oggi ho nuovamente ricevuto due email da rassegnastampa@pgi.ch. Le hai ricevute pure tu? In entrambe si tratta di bandi di concorso (...)», scrive il delegato per il plurilinguismo. Risposta di Peyer, con tanto di emoji «faccina ridente con sudore»: «Nein, ich bin nicht mit neuen Mails von rassegnastampa beglückt worden» (allegato 2). Per quel giorno, beato lui, era riuscito a non «essere benedetto» da nuovi messaggi, cioè ad evitare di doversi occupare anche solo per pochi istanti della «causa grigionitaliana». Una risposta del genere sarebbe ritenuta accettabile se si parlasse delle pari opportunità di altre categorie sociali? Non credo proprio.
Inversione di rotta
Sappiamo ad ogni modo come è andata a finire. La Pgi si è prosternata rispondendo in tedesco a una lettera scritta in italiano, ha fatto piazza pulita delle voci critiche al proprio interno e ha messo a tacere l’argomento della discriminazione dei grigionitaliani, nascondendolo come polvere sotto il tappeto. A prescindere dalle possibili prove dirette, ad oggi ancora non disponibili, un semplice confronto tra presente e passato basta a dimostrare che un cambiamento di rotta c’è stato e non è di poco conto.
In modo elusivo, di fronte all’Assemblea dei delegati dell’ottobre scorso il presidente della Pgi ha affermato che le candidature di italofoni nell’Amministrazione cantonale «sono purtroppo ancora basse (2,5%), dovute presumibilmente a più fattori»; cionondimeno, «le assunzioni rispetto alle candidature invece sono alte (8,9% sul totale dei posti a concorso e 42% sul totale delle candidature)». Sembra dunque che gli italofoni godano quasi di un vantaggio e che il Governo non porti alcuna responsabilità se le assunzioni sono tuttora meno di quelle che dovrebbero essere.
Nella relazione di due anni prima, con tutt’altro tono, lo stesso presidente della Pgi affermava invece che l’esame dei bandi di concorso dimostrava come ancora troppo spesso la lingua richiesta per lavorare nell’Amministrazione fosse «il tedesco con competenze da madrelingua» e che tale criterio «penalizza[sse] e de facto discrimina[sse] le candidate e i candidati di madrelingua italiana». Era perciò necessario «un nuovo orientamento strategico (...) rivolto all’eliminazione degli ostacoli che chi parla una lingua cantonale minoritaria incontra già nella fase di reclutamento».
Somme che non tornano
Come giustificare una simile inversione di rotta? Presentando come oro colato dati che già di primo acchito dovrebbero suggerire che qualcosa non torna (tra i candidati italofoni «2 su 5 sono stati assunti, voglio dire 53 su 126 oppure 53 su 246...»: queste sono le confuse parole pronunciate in Parlamento dal CdS Parolini lo scorso 21 ottobre).
Un po’ di matematica non guasta. Considerando l’Amministrazione cantonale nel senso più ampio del termine (includendo dunque anche i tribunali e probabilmente anche la Scuola cantonale, dove l’assunzione di italofoni non può essere aggirata, nonché gli istituti assicurativi ecc.), la quota di candidati di lingua madre italiana corrisponde al 4,9% e non al 2,5% del totale; il tasso di assunzione degli italofoni nel confronto con le rispettive candidature è del 21,5%, non del 42%.
Se, del resto, si guarda all’Amministrazione cantonale propriamente detta, a cui sembrano riferirsi le 31 – non 53! – assunzioni di italofoni indicate nella prima delle tabelle messe a disposizione del CdS Parolini (da me ottenute in virtù della Legge sulla trasparenza: vedi allegato 3), risulta che su 100 nuovi assunti solo 5 sono di lingua italiana. Non è dato sapere quanti tra loro siano grigionitaliani (i dati sono stati cancellati). Bisogna inoltre tenere conto che, tra quelle assunzioni, oltre la metà è stata effettuata presso il DIEM, dove da sempre gli italofoni sono più numerosi, ma principalmente per le funzioni tecnico-operative per cui le conoscenze linguistiche non costituiscono un requisito.
A dispetto delle vanterie del Governo, pertanto, non sembra essere cambiato troppo rispetto al passato. La strada per il riconoscimento dell’equivalenza delle tre lingue cantonali è ancora lunga e, senza il necessario sprone, potrebbe rischiare di non essere mai imboccata con la dovuta convinzione.
Tattiche di sopravvivenza
Infine, per tornare al punto di partenza, che cosa fa oggi la Pgi al riguardo del principale problema di politica linguistica? Promuove incontri per segnalare ai giovani di lingua italiana che – guarda un po’ – esiste un’opportunità presso il primo datore di lavoro di tutto il Cantone dei Grigioni: l’Amministrazione cantonale. Bene se l’iniziativa potrà tornare utile in un modo o nell’altro; meno bene se, come prevedibile, porterà scarsi risultati ma servirà ad offrire al Governo un nuovo alibi per gli obiettivi non raggiunti, perché in realtà mai perseguiti con convinzione.
Ovviamente per la Pgi c’è da ingoiare il rospo della discriminazione nelle procedure di reclutamento, così ben descritta nella relazione presidenziale di pochi anni fa. Chi se ne ricorda però oramai?
Nel frattempo, sia che il Cantone continui a mostrarsi pigro nell’adozione di una strategia di politica linguistica sia che occasionalmente tra i cittadini si alzi una voce critica, la Pgi ha sicuramente imparato questo: per farla franca, come insegna l’opossum, basta fingersi morti.