Grand Hotel Coronda, testimoniare per non dimenticare

Incontro con Sergio Ferrari, ex prigioniero politico in Argentina, alle scuole secondarie e di avviamento pratico di Roveredo e al Centro culturale a Soazza.
Un uomo in piedi parla a un pubblico di giovani in una sala con una decorazione semplice. Sul tavolo davanti a lui ci sono delle bottiglie d'acqua e un grande striscione che

Per oltre un’ora non si è sentita volare una mosca nella mensa delle scuole secondarie e di avviamento pratico ai Mondan di Roveredo venerdì pomeriggio, 30 gennaio. Gli allievi e le allieve delle terze secondaria e di avviamento pratico (una cinquantina in tutto), assieme ad alcuni loro docenti, hanno assistito e partecipato attivamente all’incontro con Sergio Ferrari, ex prigioniero politico nell’Argentina della dittatura militare degli anni Settanta, attivista, giornalista e sindacalista.

Ferrari fa parte del collettivo El Periscopio, composto da una settantina di ex prigionieri politici come lui e con lui rinchiusi per anni nella prigione argentina di massima sicurezza Coronda. Il collettivo ha pubblicato un libro di testimonianze intitolato, in modo ironico, Grand Hotel Coronda. Il libro è uscito originariamente in spagnolo, negli ultimi anni è stato tradotto in francese, italiano e portoghese.

Organizzato dalla Biblioteca Mondan e con il sostegno della Direzione e dei docenti, l’incontro è stata un’occasione unica, preziosa e toccante per gli allievi per conoscere una storia che sembra lontana ma che – in diversi Paesi del mondo - è purtroppo ancora una realtà: quella essere imprigionati senza processo, detenuti in condizioni tremende, torturati e tante volte anche uccisi, solo per avere manifestato il proprio dissenso a un regime totalitario e dittatoriale. A Roveredo Ferrari è stato accompagnato da Angelo Zanetti, amico ticinese, che ha collaborato alla traduzione in francese e specialmente in italiano del libro.

È incredibile lo spirito e la forza di Ferrari e dei suoi compagni ex prigionieri nel portare avanti un discorso di giustizia e verità ma mai di vendetta. Quando sono stati incarcerati nella prigione di massima sicurezza di Coronda erano tutti ragazzi giovanissimi, attorno ai 20 anni. I militari avevano detto loro: "Da qua uscirete solo pazzi o morti". In carcere hanno adottato una miriade di stratagemmi per riuscire a organizzare la resistenza e comunicare nonostante l’isolamento. Sono sopravvissuti nel corpo e nello spirito. Hanno potuto e voluto testimoniare tutto quanto hanno vissuto.

Come detto, il nome del collettivo è “El Periscopio”. E il periscopio è l’emblema della loro resistenza in carcere, del non arrendersi nonostante tutto fosse contro di loro. Il regime carcerario a Coronda era terribile. I detenuti non potevano comunicare tra di loro, erano rinchiusi ognuno nella propria cella, potevano uscire un’ora al giorno per passeggiare nel cortile (se non erano in punizione, ciò che però avveniva regolarmente). Hanno così adottato un sistema estremamente ingegnoso. Applicavano a dei fili di paglia ricavati dalla scope di saggina che c’erano nelle celle, un piccolo frammento di vetro (minuziosamente levigato e smussato) tramite una pallina fatta di mollica di pane annerita. Il vetro oscurato fungeva da specchio. Di fatto costruivano dei piccoli periscopi. A turno i detenuti spingevano il loro periscopio sotto le porte delle celle per controllare quando il corridoio fosse libero e non ci fossero in giro guardie. Quando ciò avveniva, partiva una serie di comunicazioni tra le varie celle attraverso i tubi di scarico dei servizi igienici. “Ci siamo raccontati libri, film, lezioni di storia, di filosofia e anche barzellette” - ha spiegato Ferrari - In questo modo siamo riusciti a non farci sopraffare dalle circostanze”. Alle scuole di Roveredo Ferrari ci ha inoltre tenuto a sottolineare l’enorme solidarietà sviluppatasi tra i detenuti, che provenivano da gruppi di attivisti di diverse origini e natura. “Anche questa solidarietà ci ha permesso di sopravvivere. Inoltre, avevamo elaborato un sistema di passaggio di oggetti da una cella all’altra – ha continuato a spiegare Ferrari ai ragazzi che non si sono persi una parola - Una delle punizioni era quello di lasciarci senza medicine. Una notte uno dei nostri compagni, rinchiuso nella cella all’estremità della struttura del carcere, ha avuto una crisi di asma. Lui era gravemente asmatico e qualche giorno prima le guardie gli avevano sequestrato l’inalatore. È riuscito ad avvisare dalla finestra il compagno della cella accanto. È partito un passaparola arrivato fino all’altra estremità della prigione, dove c’era un compagno, pure lui asmatico, dotato di un inalatore. Avevamo sviluppato un sistema di trasporto di oggetti lungo il muro fuori dalle finestre delle celle denominato “Paloma”. L’oggetto veniva legato a un filo (che ognuno si procurava dalle coperte), fatto oscillare, preso dal compagno della cella vicina, attaccato al suo filo e, di bilanciamento in bilanciamento, l’oggetto veniva spostato. Quella notte abbiamo utilizzato questo sistema per far arrivare l’inalatore da un’estremità all’altra del carcere, fino al compagno in crisi asmatica. Ciò l’ha salvato. Noi tutti abbiamo rischiato delle punizioni, perché le mura del carcere erano sorvegliate tramite fari e le guardie avrebbero potuto scoprirci. Chi ha rischiato di più è stato il compagno che ha donato il suo inalatore a quello che stava male. Lui non sapeva se anche lui quella notte avrebbe avuto una crisi e avrebbe avuto bisogno di quella medicina. Questo è un grandissimo esempio di solidarietà.”

Il carcere di Coronda è stato tremendo, doloroso e devastante. “Ma è anche stata un’università della vita – ha aggiunto Ferrari - che ha permesso a tutti noi di diventare quello che siamo diventati”. E a una specifica domanda da parte di un allievo, Ferrari ha concluso: “Se dovessi tornare indietro, rifarei comunque tutto. Quando si vive in una dittatura, si deve fare qualcosa”.

L’incontro con Sergio Ferrari e Angelo Zanetti non si è limitato ai ragazzi delle scuole. Sabato, 31 gennaio, la presentazione del libro “Grand Hotel Coronda” è stata replicata a Soazza, anche per un pubblico adulto. L’evento è stato organizzato dalla Biblioteca regionale moesana, dal Centro culturale di circolo e dall’Archivio a Marca.

Pure questo incontro è stato intenso, coinvolgente e appassionato. A Soazza Ferrari ha parlato anche dei 30 mila “desaparecidos”, per la maggior parte giovanissimi, rinchiusi in campi clandestini e fatti sparire dai militari durante gli anni della dittatura argentina senza lasciare traccia. “Noi prigionieri del Coronda – ha precisato commosso Ferrari – ci siamo sempre chiesti: perché a noi è toccata sì la prigione ma ne siamo usciti e migliaia di nostri compagni sono invece stati fatti sparire? Ciò ci ha lasciato anche un senso di colpa. Parlando però con le mamme e le nonne di Plaza de Mayo, queste meravigliose donne che non hanno mai smesso di cercare i loro figli e nipoti, abbiamo capito che dovevamo andare avanti a testimoniare e raccontare quanto successo anche a nome di chi è stato brutalmente ucciso e fatto scomparire. Ed è quanto abbiamo fatto e continuiamo a fare”.

Grazie alle denunce e alle testimonianze di questi ex prigionieri sono stati fatti dei processi in Argentina e alcuni dei militari allora al potere sono stati condannati a diversi anni di prigione. Attraverso la memoria e la verità, gli ex prigionieri politici hanno ottenuto giustizia.

Gli incontri come quelli alle scuole di Roveredo e a Soazza devono servire appunto a tenere in vita la memoria e – attraverso la conoscenza e la presa di coscienza di tutti, in particolar modo delle giovani generazioni – a far sì che ciò che è successo cinquant’anni fa in Argentina non abbia più a ripetersi in nessuna parte del mondo.