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Storie e leggende
giovedì 11 giugno 2015.
Così si cercava la sposa
di Giorgio Tognola

Nel 1910 Emilio Motta invia alla rivista “Schweizerisches Archiv für Volkskunde un “comunicato” intitolato “Usanze nuziali e funebri in Valle Calanca”.
Il nostro storico e archivista nell’articolo presenta un libretto appartenuto a Giuseppe Jägher, ora custodito nell’Archivo a Marca. Sulla prima pagina del documento si legge: “Questo libro è di me Gioseph Jägher, compratto l’anno che fu Console della Magnificha Meza Deghagnia de Rossa ciové del 1694 et fu al età 28”.
Motta lo definisce “un vero zibaldone … guida pratica per quei tempi a chi voleva assumere cariche pubbliche in Calanca”, si limita però a riprodurre i discorsi “che si fa quando si va a dimandare una sposa” e quelli “che si fà al funerale”.
Seguiamo la trafila che avrebbe dovuto portare al matrimonio così come la descrive il giovane console di Rossa.
Non era né il giovane, né erano i genitori del giovane a chiedere ai genitori della giovane il consenso, ma si ricorreva a un sensale (intermediario, in dialetto marossé):
“Quando il marocé arriva in casa debbe dar la buona sera et poi discorrer un pocho d’alegria poi dirà: Signori ve n’anderà maraviglia perché son venuto quivi [...] Son venuto ad istanza di Giovanni Valcercha per darvi la bona sera, et far honor e favor alla casa [...] et de la vostra figlia Maria, come l’è la volontà di Giovanni Valcercha et de suoi parenti volle trovar misicia con lei et pigliarla per sposa e così son quivi per saper o de si o de nò.”
Alla domanda i genitori ripondevano:
“Prima accetiamo la bona sera da lor Signori [...] e vi faciamo il benvenuto [...] chosi preghiamo lor Signori che per questa volta vogliano darne spacio di tempo acciò possiamo consultarsi con i nostri parenti.”
Seguiva poi una seconda visita del sensale di matrimonio per sapere se la risposta fosse affermativa o negativa. La replica dei genitori era:
“Così preghiamo di bel novo spacio di tempo acciò possiamo consultarsi con tutti i nostri [...] direte, stimiamo che la cosa passerà bene ma quel che volgiamo che sia ricomandatto a lui è questo che si riporti bene con lei e che habia bon giudicio et tenghi bon governo di casa [...] e così già che volette esser così spediente a saper la risposta potrete dimandare li R.R. Padri che siano anchora noi quivi, per sapere e sentire a pieno la sua volontà.”
Alla terza visita del sensale dovevano essere presenti anche i padri cappuccini ed in loro onore: “si deve mettere in taula un bochalle di vino o più, chome stimano meglio, con un par o più di micha e fromaggio e poi arrivando li P.P., devono presentarghe da bevere e esortarli a star a far penitenza con noi.”
Finalmente la terza visita con la benedizione dei padri cappuccini e il consenso dei genitori: “Se succederà si deve darghe la bona ventura con un pringheset (un piccolo brindisi) li primi saranno sposij e spose. E poi il marocè facia un pringhes (brindisi) generalmente a tuti con dire: Signori a tutti in generale facio un pringes alla bona salutte del sposo e della sposa che l’onnipotente Idio voglia concederghe gracia di viver longamente insieme in pace et unione et aquistando figliuoli che siano allevatti nel Santo timor di Dio.”
Seguivano poi le nozze.
Centottantanove anni dopo è la volta di un giovane in carne e ossa, Giuseppe Tognola che, come sappiamo, si trova in Irlanda. Dalle sue lettere riusciamo a costruire preoccupazioni e trame dei genitori e dei parenti.
Il sette novembre 1883 in una sua lettera si legge: “Non dovete però aver nessun timore che io mi lascia indurre a qualche matrimonio con una delle 2 Signorine, poiché ho ben altri pensieri in capo che di legarmi! Quantunque, dicendo la verità, mi sia caro avere una compagna in questa vita, non mi deciderò mai a prender moglie fin tanto che non sia sicuro d’avere una situazione stabile e lucrativa affinché possa aver il necessario onde mantenere la mia compagna come si deve; poiché non fa nessun piacere l’avere un bell’angelo accanto e la “pignata” vuota”!”
Il 12 agosto 1884, Giuseppe annota: “Con piacere e nello stesso tempo non senza sorpresa leggo che bramate avere un’altra mia fotografia col busto per farne un dono alla zia Giovannina di Locarno, poiché dicendolo fra noi, sembra che i ricchi Locarnesi abbiano dimenticato la consanguineità che hanno coi poveri Mesolcinesi. Questa però non è che una mia supposizione ed è facile che mi sia ingannato. Nulladimeno non è che con sommo piacere che vi compiego la fotografia pel noto dono e nel consegnarla alla zia, vi prego di parteciparle i miei sinceri saluti.”
Nella stessa lettera però aggiunge: “La fotografia che vi compiego non è la mia vera immagine, poiché la barba che vedete sulla fotografia non la porto più!”
Trascorsi diciotto mesi, ecco svelato il mistero della richiesta di una fotografia da parte della zia locarnese; il 27 gennaio del 1886 Giuseppe scrive: “Ricevo in questo punto la grata vostra 24 corr. con lettera della zia Giovannina di Locarno.
Non è necessario il dirvi che la proposta che mi fate mi ha oltremodo sorpreso.
La cosa è la più seria che si possa immaginare per un giovine, poiché da essa dipende la sua futura felicità o disgrazia.
Ammetterete quindi anche voi, che richiede la più scrupolosa considerazione da parte mia dopo aver ben riflesso sui pro e contra, vi scriverò in proposito. Nel frattempo mi sarebbe grato, se poteste procurarmi, senza dar sospetto una fotografia della Signorina che mi proponete per futura Compagna.”
Pochi giorni dopo, è il tre febbraio, Giuseppe comunica ai genitori: “Contro la mia del primo corrente ricevetti grata vostra 30 spirato mese colla fotografia della nota signorina e mi è oltremodo grato il potervi dire, che la medesima mi è molto simpatica, secondo il ritratto.”
Il 14 aprile il giovane Tognola, non senza un po’ di ironia, invia ai genitori quanto segue: “ Ricevetti a dovere la grata vostra del 30 spirato marzo, portatrice di buone notizie. La signorina Linda e la famiglia Scazziga sono quindi al fatto di tutto quello che passò fra me, voi e la zia Giovannina. Tutti sono quindi d’accordo; la realizzazione di questo mutuo desiderio dipende dunque interamente dall’impressione che io farò sulla signorina e viceversa. Ci conosciamo già dal ritratto, il quale fece su ambedue una buona impressione; resta ora a vedere se i fotografi di Belfast e Milano han copiato dalla natura. La famiglia Scazziga deve certamente avere un’ottima opinione di me! dal momento che si dichiara disposta a confidarmi una delle figlie quale mia compagna senza punto conoscermi! Voglio sperare, che la loro opinione non scemerà quando mi conosceranno più vicino!”
Giuseppe lascerà Belfast per far ritorno in patria e si accaserà con la giovane locarnese.
Ventisei anni più tardi, è il 17 gennaio 1913, da Parigi il giovane Arnoldo invia alla madre che vive ad Augio “… questa mia semplice lettera malespressa, scusate mia male scrittura perché si ho sonno sono 2 ore e ½ di mattino e alle 7 ore devo esser sul lavoro …”. Anche il giovane vetraio calanchino corrisponde con la madre e affronta problemi di cuore: “Cara madre rilevai su vostra ultima lettera che siete contenti che ho piantato la francese, anch’io perché ho visto sua malizia ed io se avessi voluto avrei potuto fare tutto ciò che volevo con lei ma sempre con mio rispetto, e son più tranquillo, tanto che poteva lasciarsi andare con me, poteva lasciarsi andare con gli altri, e l’ho piantata in mezzo alla Rue.”
Dalla lettera sappiamo che la madre ha pensato ad una possibile sposa per il figlio lontano, ma: “Amata madre mi parlate sull’Ortensia ve lo credo che avrei tutto, ma forse anche la discordia in famiglia, cioè nel mio matrimonio, conoscete le lingue infami che sono i S. Sono ricchi sì, ma io la sua richezza la metto giù al culo nel cacatojo, amerei meglio una poverina che abbia giusto i vestiti in dosso, e che sia brava, sincera e da lavorare. Io cara madre come gli ho già detto alla Sorella Pasqualina che la mia idea se tiene veramente a me, sarebbe sulla Carolina B. tenor mia intenzione e mi agradisce molto quella giovane, io vi ascolto poi altri per scrivergli a loro non gli scriverei fino a tanto che non son sicuro, fatela parlare lei tutta sola non in faccia di sua madre, che in un ora tutto il paese lo saprebbe.”
Ritornato in valle, Arnoldo sposerà Carolina.

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“Lo scender ne l’Averno è cosa agevole ché notte e dì ne sta l’entrata aperta; ma tornar poscia a riveder le stelle, qui la fatica e qui l’opra consiste.”

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