• 10671 Grot Ticino?
Viaggi & Cucina
martedì 1 aprile 2014.
Malloreddus

Dopo il "Brodetto di pesce" che è stato letto da oltre 300 persone, il nostro Toscanaccio ritorna con una ricetta che è il simbolo della Sardegna e quando si dice Sardegna si dice sole, mare, ospitalità e ... soprattutto cucina!

MALLOREDDUS

Questa volta, cari amici ci spostiamo dal continente in una bellissima isola, la Sardegna e nel particolare visiteremo il capoluogo, Cagliari. Nel suo “Casteddu” i sardi identificano l’intera città: Cagliari, Kàralis secondo l’antico toponimo (che infatti sta a significare altura fortificata), poi Calaris e Calares nel Medioevo, e infine Callari sotto i Pisani, nome che i successivi invasori spagnoli pronunceranno Cagliari. E’ una storia segnata da un susseguirsi di insediamenti e di dominazioni che hanno lasciato nel capoluogo isolano una traccia indelebile: l’epoca preistorica riecheggia nei ritrovamenti di Monte Urpinu e Monte Claro, di Borgo S. Elia e S. Bartolomeo; dei fenici resta oltre che (forse) il nome, l’antico approdo; dei cartaginesi la necropoli di Tuvixeddu; dei romani la prima idea di moderna urbe; dei bizantini il corpo centrale della basilica di San Saturno. Ma bisognerà aspettare il governo pisano per vedere la città assumere carattere di fortino: proprio ai toscani, infatti, si devono torri e mura, mentre saranno gli aragonesi prima e i piemontesi di Vittorio Amedeo II poi a rafforzare i bastioni e a costruire l’arsenale e i terrapieni.
Dunque non può che partire dal “Casteddu” la visita della città. Tre le vie di accesso alla rocca: due ascensori, uno collocato a metà del viale Regina Elena e l’altro a lato del bastione di Saint-Remy; la porta del Leone alla fine di via Mazzini; il bastione di Saint-Remy per via Fossario. Qualunque sia la scelta, diversi sono i monumenti, le chiese, i palazzi che si incontrano lungo il percorso e che meritano di essere visti. Cominciamo proprio dai bastioni, punto di raccordo tra i quartieri di Castello e Villanova, eretto tra il 1899 e il 1902, e composto da due terrazze, una dedicata a Umberto e l’altra a S. Caterina. Nato come belvedere e passeggiata, il bastione di Saint-Remy ospita oggi un mercatino domenicale dell’usato. Sulla sommità della rocca ecco la torre trecentesca di San Pancrazio, alta trenta metri, e quella dell’Elefante che segna l’ingresso alla zona del quartiere.
Tra una e l’altra, nella piazza rettangolare e lievemente inclinata dedicata a Carlo Alberto, è possibile visitare uno dei monumenti più importanti dell’isola: la cattedrale di Santa Maria. Edificata tra il 1274 e il 1300, la Cattedrale viene ridisegnata in stile tardo barocco ai primi del ‘700 e poi in quello definitivo romanico-pisano nel 1933. Oltre alle opere d’arte che adornano le cappelle delle navate laterali, è di sicuro interesse il pulpito di Guglielmo da Pisa (1159), smembrato in due parti nel 1670, e ai cui piedi si trovavano i quattro leoni romanici che ora “difendono” la scala presbiteriale. Nei pressi la chiesa della Purissima edificata nel ‘500, nelle immediate vicinanze anche il Palazzo viceregio, ieri dimora di viceré spagnoli e piemontesi oggi sede della prefettura. Il quartiere del Castello ingloba infine la Cittadella dei Musei da cui si accede dalla Porta dell’Arsenale e che deve il suo nome alla compresenza della Pinacoteca Nazionale, del Museo Archeologico, del Museo Civico Orientale Stefano Cardu, della Mostra delle cere anatomiche di Clemente Susini.
Il “Casteddu” domina sui tre quartieri storici: Stampace, Marina e Villanova; un possibile percorso a piedi incomincia dalle chiese racchiuse fra via Ospedale e via Santa Margherita, l’Anfiteatro romano di viale Fra’ Ignazio, di cui restano le fosse delle belve, tre serie di gradinate e il podium, Villa di Tigellio prospiciente l’omonima via, che si compone di tre domus urbane del I secolo dopo Cristo.
Lì vicino merita una sosta in Piazza Yenne dominata dal bastione di Santa Croce.
La gastronomia locale costituisce a buon diritto la sintesi di varie cucine sarde: si va dai piatti di pesce tipici della cultura marinara, a generosi e semplici piatti propri delle tradizioni contadine e pastorali, in quest’ultimo contesto voglio oggi proporvi un primo semplice ma gustoso i Malloreddus.

Per 4 persone:
200 g di farina di semola
200 g di sugo di pomodoro a vostro piacere
50 g di pecorino sardo o romano grattugiato
3 foglie di basilico
1 presa di zafferano
Sale

Preparazione:

Fate una fontana con la farina, bagnatela con acqua tiepida leggermente salata e lavorate l’impasto fino a farlo diventare sodo. Aggiungete lo zafferano sciolto in poca acqua e continuate ad impastare. Quando il composto avrà raggiunto una consistenza omogenea staccatene un pezzetto e fate un bastoncino largo ½ cm . Staccate tanti piccoli pezzettini lunghi quanto un fagiolo; premeteli uno alla volta su un setaccio dal fondo di refe ritorto in modo che rotolando si arriccino. Ripetete questo procedimento utilizzando tutta la pasta, quindi lasciatela asciugare un paio di giorni. Trascorso questo tempo, i Malloreddus saranno pronti per essere utilizzati. Cuoceteli in acqua bollente salata per circa 15 minuti e scolateli al dente. Conditeli con sugo di pomodoro, il pecorino ed il basilico. I Malloreddus sono il vero vanto della cucina tradizionale sarda.
Accompagnateli con del classico Cannonau, anche se vi consiglio di sceglierlo un poco invecchiato, e naturalmente come sempre, buon appetito.

Il Toscanaccio

top

“Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri?”

Sant’Agostino

 
Sponsors