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Storia di luoghi - Luoghi della storia
lunedì 21 gennaio 2013.
Il ponte Vittorio Emanuele
di Marco Marcacci

I ponti sono una componente importante del paesaggio costruito; oltre alla funzione pratica hanno spesso un significato simbolico: apertura, contatti, superamento di ostacoli, ingegno umano. Oggi attraversiamo ponti e viadotti su strade e autostrade quasi senza accorgercene, come cosa ovvia. Anzi, tali opere sono talvolta calunniate dai poeti, al pari dell’ilare upupa (Remo Fasani, in un suo poema, ha definito «ponti osceni» i viadotti della N13 sotto Pian S. Giacomo). In passato, costruire ponti in muratura era un’impresa grandiosa che mobilitava mezzi tecnici e finanziari notevoli. In Mesolcina, valle aperta ai transiti sin dalla preistoria, i ponti storici e quel che ne rimane, sono monumenti degni di essere ricordati e, per quanto possibile, salvaguardati. Parliamo oggi di un ponte grandioso per il suo tempo, che ebbe vita tribolata e durò pochi decenni: il ponte Vittorio Emanuele, le cui rovine si possono visitare percorrendo un tratto del primitivo tracciato della strada commerciale del S. Bernardino, partendo dal Pont Nef, pochi tornanti sopra il campeggio di S. Bernardino lungo la strada del passo.

I resti della vecchia strada sulla sponda destra della Moesa tra il Pont Nef e le rovine del ponte Vittorio Emanuele.

Il ponte in questione era il manufatto più importante sul tracciato mesolcinese della strada “artificiale” del San Bernardino, costruita tra il 1818 e il 1823, su progetto e sotto la direzione dell’ingegnere ticinese Giulio Pocobelli, di Melide. Costruito per superare la Moesa nella zona di Mucia, il ponte, a 30 metri d’altezza sopra l’acqua, aveva una luce dell’arco di 21 metri e le spalle del manufatto erano larghe 12 metri alla base, mentre la carreggiata misurava 5 metri. Come mai il nome di un re sardo – Vittorio Emanuele I di Savoia – fu dato a un ponte in Mesolcina? Perché il regno sardo (il Piemonte) fu uno dei finanziatori importanti della strada carrozzabile tra Bellinzona e Coira, attraverso il valico del S. Bernardino. Il Piemonte desiderava realizzare un asse transalpino dal porto di Genova alle città della Germania meridionale, per convogliarvi il massimo di traffici a scapito degli itinerari che facevano capo a Milano e Venezia, controllati dall’Austria, e per tale motivo contribuì al finanziamento della strada del S. Bernardino.

Il ponte costruito da Pocobelli in un acquarello del 1824, probabilmente di Richard La Nicca.

Edificato tra il 1819 e il 1821, il ponte Vittorio Emanuele, forse a causa di una certa fretta nella costruzione, dettata dai tempi stretti concessi per la realizzazione della strada, rivelò sin dall’inizio un difetto strutturale che ne compromise la stabilità. Inoltre, l’accesso sud al ponte era esposto alle valanghe: si dovettero quindi costruire delle gallerie con tetto in legno che però talvolta non resistevano alla forza della massa nevosa. Conviene forse ricordare che i passi alpini, fino all’avvento del traffico automobilistico, erano generalmente utilizzati durante tutto l’anno. Le piste invernali per le slitte erano a volte più agevoli delle strade carrozzabili.

Le gallerie di protezione contro le valanghe in un disegno del 1825.

Quel che resta oggi di tali costruzioni nei pressi del ponte Vittorio Emanuele.


Nonostante ciò l’opera suscitò l’ammirazione dei visitatori: «Quel ponte è uno dei più arditi che io abbia mai veduto ... Da colassù guardando abbasso, l’uomo si sente preso da tale meraviglia e raccapriccio, che la natura stessa, rifuggendo a tale vista, non gli permette d’ivi rimaner lunga pezza», si può leggere in una testimonianza del 1825. Secondo lo scrittore e politico retico Peter Conradin von Tscharner il ponte con le sue adiacenze «offriva una vista gradevole e suggestiva».

Richard La Nicca (1794-1883), per molti anni ingegnere cantonale, aveva riprodotto il ponte Vittorio Emanuele su un suo biglietto da visita.

L’arco del ponte presentò sin dall’inizio una crepa inquietante e fu rifatto tra il 1826 e il 1827 da Richard La Nicca, uno dei più celebri ingegneri retici dell’Ottocento. Poiché il difetto principale risiedeva nella fondazione della spalla sinistra del ponte, semplicemente appoggiata su una parete rocciosa poco stabile, i problemi si riproposero anche dopo la ricostruzione parziale. Il maestoso ponte destava stupore e ammirazione, e il La Nicca lo chiamava addirittura il suo «figlio prediletto», ma la sua sorte era segnata. Dal 1858 si cominciò a utilizzare un itinerario alternativo invernale a causa del pericolo di valanghe; qualche hanno dopo fu costruito il più modesto Pont Nef e un nuovo tratto di strada sulla sponda sinistra della Moesa per salire con alcuni tornanti verso Ca’ de Mucia. Il vecchio tracciato fu abbandonato nel 1864 e il ponte è crollato nel 1869.
Il Pont Nef, costruito nel 1864 per sostituire il ponte Vittorio Emanuele.

Delle imponenti rovine – che meriterebbero forse un minimo intervento di salvaguardia – sono ancora ben visibili la spalla destra del ponte con resti della carreggiata e dei parapetti, i muri delle gallerie di protezione e il vecchio tracciato stradale con muri di sostegno e tombini.

Le rovine del ponte come si presentano oggi.

Bibliografia sommaria

Paolo Mantovani, La strada commerciale del San Bernardino, Locarno, Dadò, 1988 (da dove sotto tratte le illustrazioni storiche che accompagnano questo articolo).

Paolo Mantovani, Manufatti con difetti di costruzione. Il ponte Vittorio Emanuele, «il figlio prediletto», in Historische Verkehrswege im Kanton Graubünden GR, 2007, p. 34-38.

Marco Marcacci

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