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Editoriale
venerdì 13 novembre 2020.
La ragione del cuore
di Nicoletta Noi-Togni

Un novembre di sole e di tepore, strade che invitano all’incontro, luci della sera che parlano di ritrovo, di amicizia intorno ad un tavolo. Vorremmo levarci dal viso la mascherina, gettare via i disinfettanti, star vicini e muoverci da un luogo all’altro a nostro piacimento.

Soprattutto vorremmo ritornare ad un anno fa a quest’ora e cancellare i mesi a partire da febbraio 2020. Ma non lo possiamo fare perché questo potrebbe significare malattia per noi e per quelli che avessimo ad incontrare. Per qualcuno potrebbe persino significare raggiungere e oltrepassare il confine tra la vita e la morte. Abbiamo ormai capito che non ci troviamo davanti ad una semplice influenza ma ad un nemico contro il quale le armi sono poche. Ed abbiamo capito che quelle armi le dobbiamo utilizzare. Quindi non pensiamo alla sensazione di libertà che proveremmo gettando via la mascherina perché in questo momento tale libertà si potrebbe trasformare in una totale e dolorosa dipendenza. Questa è la realtà d’oggi, che va guardata nella sua brutale concretezza. E che non va relativizzata perché non ci hanno certo servito gli sproloqui del (per fortuna ex) incaricato della sanità a livello federale Koch che, affermando non ci fosse “evidenza” del beneficio della mascherina, ha arrischiato di demotivare un’intera nazione nei riguardi di un’arma di difesa, certo imperfetta ma pur sempre riconosciuta e atta a trasmettere un appello generale di attenzione.
In questo momento sappiamo che il livello di guardia deve restare alto se non vogliamo spingerci fino al limite estremo che potrebbe comportare la decisione su chi lasciar vivere e chi lasciar morire. Su queste considerazioni è destinata ad impattarsi la rivendicazione sulla libertà per diritto costituzionale che con queste misure di protezione tra l’altro ben poco ha a che vedere.
Sono ben certa che alla base della riflessione che ha condotto alla determinazione dei diritti costituzionali ci fossero intenzioni in favore della vita, della sua preservazione e della minore sofferenza. Che la Costituzione demandi oltre che ai cittadini allo Stato il compito di proteggere la vita è una conseguenza ovvia e deriva dagli stessi diritti che il cittadino si è democraticamente dato. Non avviliamo quindi questi diritti collocandoli su un baricentro che non appartiene loro. L’autodeterminazione va certo bene: ma solo se rispetta parametri di ragione e soprattutto se rispetta il contesto e l’altro. Vuol dire che non possiamo pensare solo a noi stessi.
Ma parliamo pure della ragione. Che certamente non è un diritto ma quell’istanza silenziosa, quella facoltà che sovrintende alle nostre decisioni ed azioni, percio` anche a quelle sull’uso della nostra libertà. La ragione che da sola certo puo’ anche partendo da false premesse giungere a falsi risultati. In merito a questa discussione, mi piace pero’ guardare alla ragione in senso aristotelico e cioè distinguendola - quale semplice ragione - dall’intelletto, al quale Aristotele assegnava la capacità di giungere, con l’ausilio dell’intuizione, alla verità. Mi piace anche, e questo certamente Aristotele non lo direbbe (mi sembra anzi che dica il contrario), associare l’intelletto intuitivo ai sentimenti, alla ragione del cuore. E forse proprio questa avremo bisogno nelle prossime settimane per fare cio’ che è giusto e buono per noi e per gli altri.

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Colpisci te stesso prima, per capire il dolore che daresti.

Proverbio cinese

 
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