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Lettere dei lettori
lunedì 29 giugno 2020.
In ricordo di Pietro Monetti
di Massimiliano Ay, segretario politico del Partito Comunista (già Partito del Lavoro) e deputato in Gran Consiglio

Nel 1944 – dopo gli anni della clandestinità – i comunisti ticinesi fondarono il Partito Operaio e Contadino Ticinese (POCT). Fra i pionieri di tale organizzazione che si richiamava al socialismo scientifico, vi era Pietro Monetti, che di quel sodalizio fu per tanti anni colonna portante e che, per cinque legislature, rappresentò in Gran Consiglio.

Nel 1963 il POCT cambiò sigla e divenne PdL, Partito del Lavoro, denominazione che mantenne fino al settembre 2007 quando, in occasione del suo 19° Congresso a Locarno, tornò al nome inizialmente bandito di Partito Comunista. Se apparentemente quella scelta suonava allora come “nostalgica”, fu invece sinonimo di rinnovamento e ringiovanimento. Ma rinnovamento non fa rima con “rottamazione”: il recupero di una storia profondamente inserita nelle vicende democratiche del nostro Paese è esattamente il lavoro che impegna l’attuale gruppo dirigente del Partito Comunista, convinto che, per superare il caos ideologico che a partire dagli ultimi decenni sta attraversando la sinistra, occorra riscoprire il metodo rigoroso e concreto di quell’opposizione seria a favore del Paese, di cui il PdL di Monetti è stato emblema.

45 anni fa, il 28 giugno 1975, veniva a mancare Pietro Monetti: il personaggio carismatico ma dal forte senso pratico, capace di leggere – fase dopo fase – quel marxiano stato reale delle cose. Una capacità che derivava dalla conoscenza del territorio, dei suoi bisogni concreti, usando quella che Paolo Poma, primo cittadino del Cantone in quel lontano 1975, indicò come “la parola cara alla nostra gente, quella della semplicità”. E quella semplicità, pur così profonda, lo faceva rifuggire dalle posture pomposamente anti-capitaliste di certa nuova sinistra estremista, senza però mai cadere in uno sterile riformismo fine a se stesso, poiché tutte le gesta di Monetti erano inserite coerentemente in un disegno ben ragionato, in quella cioè, che Silvano Gilardoni – suo successore alla testa del Partito – definiva una “strategia che aveva chiaro l’obiettivo di una trasformazione socialista della società”.

Per usare le parole di chi lo conobbe bene, un altro granconsigliere comunista come Guido Cavagna: egli rifiutava la “verbosità pseudo-rivoluzionaria e le astrattezze massimalistiche”. Monetti, infatti, non fu solo il socialista combattivo che, per il suo internazionalismo, venne addirittura espulso dall’allora PST, ma provenendo da una famiglia di tradizione liberale-radicale, si impegnò concretamente sul fronte antifascista anche con chi comunista non era: a lui, ad esempio, furono consegnati da nascondere i piombi per la stampa dei volantini contro il regime mussoliniano che l’aviatore Giovanni Bassanesi, decollato nel 1930 da Lodrino, lanciò su Milano.

Monetti – sempre nelle parole di Cavagna – “sapeva distinguere fra la critica utile e costruttiva e quella deleteria e corrosiva”: quel rigore insomma che il Partito Comunista lo scorso anno, al momento di presentarsi alle elezioni cantonali, ha sintetizzato nella consegna di “opposizione propositiva” non urlata, non inutilmente polemica, ma al servizio della popolazione e dello sviluppo nazionale. La vita politica di Pietro Monetti – ricordava Gilardoni nel 1975 – “è costellata da un susseguirsi di proposte, di iniziative, di azioni legislative tempestive, opportune, precise, calibrate, aderenti in ogni dettaglio ai reali bisogni dei lavoratori, studiate persino con pignoleria e, bisogna ben affermarlo, realizzabili”: pensioni popolari, politica energetica cantonale, equità fiscale, ecc.

Ambiti di lavoro, questi, su cui ancora oggi i comunisti del nostro Paese hanno qualcosa da dire perché, lasciando parlare Monetti stesso: “vogliamo che la nostra nazione sia nel prossimo domani non il fanale di coda, ma ai primi posti nella conquista civile di tutte le mete sociali che solo possono dare ai popoli una pace duratura”.

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Non mi ha mai detto come vivere; ha vissuto, e mi ha lasciato guardare mentre lo faceva.

 
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