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Cultura
martedì 5 novembre 2019.
Cosa mi ha detto quel “burlone” di Joker
di Teresio Bianchessi

Andare al cinema è un’abitudine che mi piace mantenere, l’avevo un po’ persa perché provavo fastidio nelle moderne multisale sempre più simili a bivacchi e dove spesso mi trovavo sullo schienale i piedi dello spettatore alle mie spalle.



Poi ho scoperto una “sala teatro parrocchiale” vicina, assolutamente gradevole con le sue poltrone rosso vellutate, moderna, pulita e che per giunta programma l’inizio del film alle 21,15 orario che consente di cenare in pace e arrivare con comodo senza problemi di parcheggio.
In programmazione poi sempre prime visioni e alla riapertura ecco: “Il Traditore” di Marco Bellocchio e “C’era una volta Hollywood” di Quentin Tarantino, pellicole da vedere.
Questa settimana sullo schermo “Joker” diretto da Todd Phillips.
Dei tre è quello che più mi ha inquietato.
“Joker” nella vita Arthur Fleck, vive in una immaginaria Gotham City, città violenta, sporca, invasa da ratti spaventosi, accudisce la madre mentalmente malata, abita in un appartamento indecoroso, in un grattacielo cupo, è depresso perché non riesce a realizzare il suo sogno, soffre la sindrome detta “pseudobulbare” che, anche nelle situazioni più drammatiche, gli provoca prolungate risa isteriche, agghiaccianti, che accompagnano tutto il drammatico racconto.
Soffre terribilmente perché non si sente ascoltato, nemmeno dagli assistenti sociali che dovrebbero farlo per lavoro, di più, spesso è aggredito, deriso e quando lo fanno tre rampanti brokers, in una semivuota carrozza metropolitana, esce di testa e li fredda scaricandogli insieme ai proiettili, il suo ghigno.
Il triplice omicidio finisce in prima pagina e scatena l’odio in città; i più, che vivono come lui squallide routine, vite faticose, vedono nel gesto del clown la scossa della ribellione e si identificano nel misterioso giustiziere a cui accreditano il merito di aver colpito i poteri forti di Gotham City, lo emulano, scendono minacciosi, mascherati, in piazza.
Pellicola faticosa che narra della personale, miserevole e drammatica vita di Joker che si rende protagonista di una ferocia inaudita che il regista non mitiga; schizza sangue e, non lo nego, a volte ho chiuso gli occhi.
I commenti prevalenti degli spettatori, a fine proiezione, erano tutti concentrati sulla figura del protagonista; ai più faceva pena la sua tormentata vita, la sua demenza, la sua incapacità di intendere e volere come un uomo sano di mente.
Certo, sono stato anch’io colpito dalla sua personale storia, ma nel contempo convinto che ci fosse, nel film, un messaggio sottinteso.
La conferma l’ho avuta dalla scena finale che vede Gotham City messa a ferro e fuoco da un’onda inferocita di clown che devastano vetrine, saccheggiano negozi, attaccano la polizia riuscendo persino a liberare il loro eroe.
Mi son tornate allora alla mente le immagini che arrivano di questi tempi da Hong Kong, dal Libano, piuttosto che dal Cile e più in generale nell’America Latina, e che molto assomigliano a quelle della pellicola, ma sono riandato anche ai saccheggi di Parigi ad opera dei Gilè Gialli.
Il regista, con questa cruenta storia, ha voluto metterci in guardia e ricordarci che viviamo in una società di grandi disparità, che ha i nervi a fior di pelle e che basta un nulla, anche un clown per far esplodere rabbie sommerse.
La storia di Joker è ambientato nel 1981, oggi tempo di società sempre connessa, gli strumenti per accendere micce sono ancor più minacciosi, speriamo che i governi sappiano disinnescare i conflitti sociali prima che un clown seppellisca tutti con una grossa tragica risata.
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La cosa più preziosa che puoi ricevere da chi ami è il suo tempo.
Non sono le parole, non sono i fiori, i regali. È il tempo.
Perché quello non torna indietro e quello che ha dato a te è solo tuo, non importa se è stata un’ora o una vita.

(David Grossman)

 
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