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Cultura
domenica 10 marzo 2019.
Novelle di Soazza
di Elisa Plozza

Questo lavoro è stato redatto quale lavoro di maturità presso la Scuola cantonale grigione di Coira nell’anno 2018-19





Premessa

Tutti i personaggi presenti nei racconti sono stati inventati dall’autrice.
Nel 1850 presso l’Ospizio di Soazza vivevano e operavano Padre Giulio e Padre Bonaventura, che hanno lasciato tracce della loro presenza nel manoscritto “Monumentum Posteris”. Non volendo attribuire loro una personalità (che avrebbe significato rubare loro l’identità), ho dato vita alle figure dei protagonisti della cornice dei miei racconti Giovanni e Gregorio.
Inizialmente avevo pensato di non mettere la data, così da non sovrapporre i miei due frati ad altri due realmente esistiti. Tuttavia, in seguito, ho concluso che scegliere un anno in cui ambientare la storia avrebbe aiutato il lettore ad orientarsi nel tempo e a rendere il racconto più realistico.
Anche gli avvenimenti descritti nei racconti non sono realmente accaduti (ad eccezione dell’alluvione del 1834) ma sono ispirati da altre faccende simili trovate negli scritti di Cesare Santi e Paolo Mantovani.



Il taglio proibito

C’erano alcune cose proibite a Soazza e le multe per i trasgressori erano salate. Uno di questi divieti riguardava i boschi. Non in tutti boschi si potevano tagliare alberi, la popolazione del paese ne era ben informata. Il Bósch dela Lavína era uno di questi. Le radici degli alberi stabilizzavano il terreno e questo diminuiva il rischio del distacco di una frana molto pericolosa per il paese, detta appunto Lavína. Eppure, non tutti si attenevano al divieto di taglio e c’era chi si arrischiava ad andare nei boschi protetti a fare legna. A volte andava bene, ma a volte si veniva scoperti e allora erano guai.
Era autunno inoltrato e l’inverno cominciava già a farsi sentire. A casa Mantovani c’era troppa poca legna quell’anno. Se n’era accorto già da qualche settimana il figlio maggiore, Alessio. Era piuttosto basso e tozzo, i suoi capelli erano neri come la pece, però gli occhi chiari compensavano questa oscurità. Aveva una forte personalità, forse troppo ingombrante per lo spazio ristretto della casa in cui viveva, per questo finiva sempre col litigare con i fratelli e talvolta persino con il padre. Un figlio che aveva il coraggio di contraddire il padre era una situazione abbastanza impensabile, eppure Alessio a volte non riusciva proprio a trattenersi.
Appena aveva notato la mancanza di legna, aveva informato tutta la famiglia, bisognava rimediare. Il nonno, appena ricevuta la notizia, era andato su tutte le furie. Lui ormai era troppo vecchio e non riusciva quasi più a muoversi dal letto, ma da giovane non avrebbe mai lasciato la famiglia a corto di legna da ardere!
Secondo lui era tutta colpa dei nipoti, che erano stati degli incapaci e al posto che tagliare alberi come Dio comanda, avevano perso tempo a pensare ad una qualche fanciulla. A loro discolpa i nipoti dissero che quell’anno gli alberi erano stati presi di mira dalle capre, che li avevano danneggiati impedendo che crescessero correttamente. Oltre a questo, c’era anche il fatto che gli alberi caduti erano già stati raccolti quasi tutti, i loro compaesani erano stati troppo veloci! A quel punto intervenne la figlia più piccola, di otto anni, che molto saggiamente per la sua giovane età, ritenne che era inutile discutere del perché ci fosse meno legna del necessario, bisognava invece trovare una strategia per procurarsene dell’altra. Su questa affermazione furono tutti d’accordo. Ma dove si potevano trovare degli alberi adatti da tagliare? Alessio propose di andare nel Bósch dela Lavína. Lì avrebbero sicuramente trovato del buon legname. Inoltre, era il posto più vicino e comodo da raggiungere, bastava non farsi beccare e il gioco era fatto.
Si levarono proteste, era un bosco protetto, non si poteva andare! Si poteva provare a chiedere al Console, ma sicuramente non avrebbe dato loro il permesso. E farlo di nascosto era un rischio troppo grande, qualcuno li avrebbe di sicuro scoperti e la multa sarebbe stata molto salata. Per non parlare poi dell’umiliazione pubblica, tutto il paese l’avrebbe saputo e con che faccia il padre si sarebbe poi presentato alle riunioni dei Vicini!
Allora Alessio propose che si poteva andare a togliere la corteccia ai piedi degli alberi che volevano tagliare, così si sarebbero seccati. Ci avrebbero messo poco e nessuno li avrebbe visti. Solo a quel punto avrebbero chiesto la licenza al Console e, visto che ormai quelle piante potevano essere utili solo come legna da ardere, gliel’avrebbe concessa. Il padre trovò quest’idea meno malvagia di quella precedente, avevano buone possibilità di cavarsela. Alessio disse che ci sarebbe andato lui, ma aveva bisogno di altri due aiutanti. Il padre era meglio che rimanesse a casa, sarebbe stata una figuraccia meno grave, se avessero colto con le mani nel sacco i tre giovani. Si decise così che ad accompagnare Alessio sarebbero stati i suoi due fratelli minori: Francesco e Michele.
Partirono di sera, quando stava cominciando a farsi notte. L’oscurità li avrebbe protetti da sguardi indiscreti, almeno così credevano. Impiegarono più tempo del solito per percorrere il sentiero, era difficile camminare al buio senza inciampare.
Quando infine giunsero nel bosco, era scesa la notte. L’unica fonte di luce era la lampada a olio sorretta da Francesco. Il compito dell’altro fratello, Michele, consisteva nel fare il palo, doveva controllare che non arrivasse nessuno. Alessio cominciò a scortecciare con foga, più in fretta faceva meno tempo sarebbero rimasti esposti al pericolo di essere beccati. Gli altri due fratelli continuavano a guardarsi attorno nervosi, si voltavano di scatto ad ogni scricchiolio. Appena Alessio ebbe finito, cercarono di coprire il più possibile le tracce. Poi si diressero verso casa in fretta, controllando sempre che nessuno li vedesse. Si sentirono tutti e tre molto sollevati quando finalmente giunsero a destinazione, ce l’avevano fatta. Ora potevano solo sperare che il Console concedesse loro il permesso.
Dopo alcuni giorni, di sera, il padre si recò a casa del Console. Era agitato, ma non poteva darlo a vedere. Gli disse che stava passando dal Bósch dela Lavína proprio quella mattina e gli erano saltati all’occhio ben tre alberi scortecciati, probabilmente opera delle capre, che ormai adesso erano utili solo come legna per il fuoco. Delle piante secche non sarebbero di certo servite a mantenere stabile il terreno, anzi sarebbe stato addirittura meglio toglierle, così si sarebbe lasciato lo spazio per dei nuovi alberi sani. Forse fu perché il Console aveva degli affari da sbrigare e voleva toglierselo al più presto dai piedi o forse fu il discorso ad essere convincente, fatto sta che concesse loro di tagliare le tre piante. Il padre tornò a casa molto soddisfatto, il piano era riuscito.
Il mattino seguente il padre con Alessio e Michele andò a tagliare i tre alberi. Ora avevano abbastanza legna per l’inverno.
Erano convinti di averla fatta franca, purtroppo non fu così. La notte in cui i figli erano andati a scortecciare gli alberi nel bosco protetto, c’era qualcuno che non stava dormendo e che li aveva visti. Si trattava di Leopoldo, uno dei sette che aveva partecipato alla caccia ai lupi svoltasi di recente. Il contadino abitava con la sua famiglia in cima al paese e stava per addormentarsi quando aveva sentito dei rumori provenire dal bosco sopra casa. Reduce dalla caccia, aveva pensato che potesse trattarsi di un altro lupo che nessuno aveva ancora avvistato. Si era alzato ed era uscito a controllare, ma al posto del pericoloso animale aveva scorto tre persone che camminavano in fila indiana con una lampada per illuminare il sentiero. Aveva riconosciuto subito quello che teneva la luce, si trattava di Francesco Mantovani e riconobbe negli altri due dei suoi fratelli. Era un trio interessante, chissà dove stava andando. La curiosità di Leopoldo era nota in tutta Soazza, era risaputo che lui non riusciva mai a farsi i fatti suoi. Se qualcuno stava facendo qualcosa di nascosto e veniva visto da Leopoldo, poteva stare certo che tutto il paese lo avrebbe saputo. Quando vide le tre figure addentrarsi nel bosco non riuscì a resistere all’impulso di scoprire dove si stavano dirigendo. Li seguì a distanza per un bel pezzo fino a quando si fermarono. Si trovavano nel Bósch dela Lavína e uno dei tre cominciò a scortecciare i piedi di un albero. Ecco cosa volevano fare! Tornò indietro con un sorrisetto sulle labbra, la sua curiosità era stata soddisfatta.
Dopo circa una settimana gli capitò di incontrare il Console, si affrettò a fermarlo e a raccontargli ciò che aveva visto. Il Console andò su tutte le furie, lo avevano ingannato quei furfanti. Ci sarebbe stato un processo per quel taglio clandestino e i trasgressori l’avrebbero pagata cara. Mentre il Console stava pensando a tutto ciò, i Mantovani stavano cenando tranquillamente, ignari del guaio in cui si erano cacciati. Presto lo avrebbero scoperto.

I finti innamorati

Un qualsiasi non abitante di Soazza che cacciava nel territorio di Soazza, se scoperto, veniva multato. Era una delle tante cose proibite. Se poi il cacciatore era un mesoccone, i soazzoni la multa gliela davano volentieri, con malizia. Nel diciannovesimo secolo, il campanilismo fra i paesi confinanti era molto marcato.
Perciò gli abitanti di Soazza e quelli di Mesocco non andavano proprio d’accordo.
Al contrario di quanto si possa pensare, però non fu per dispetto che un mesoccone sulla trentina, di nome Giorgio, si ritrovò a cacciare nel territorio del paese “rivale”. Si trovava in Básgia, faceva ancora parte del suo comune ma era sul confine con Soazza. Era un giovedì di settembre, il cielo era terso e la temperatura gradevole. Tempo perfetto per andare a caccia. Aveva appena avvistato un camoscio, purtroppo era stato un avvistamento reciproco e l’animale era scappato. Senza perdere tempo l’aveva rincorso, sapendo che probabilmente il camoscio si sarebbe fermato non troppo lontano. Nella foga di inseguirlo non si era nemmeno reso conto di aver passato il confine, in testa aveva solo l’obbiettivo di sparare all’animale.
Sentì un rumore, ma non era quello sperato degli zoccoli del camoscio, bensì il pianto di una ragazza. I genitori della poveretta volevano maritarla con un uomo ben noto per la sua violenza, che aveva almeno il doppio dei suoi anni. Suo padre le aveva detto che se entro due settimane non avesse trovato un altro uomo pronto a sposarla, sarebbe stata costretta a sposare quello scelto da loro. Aveva già venticinque anni, i suoi genitori non riuscivano più a mantenerla, essendo molto poveri. Avevano aspettato fin troppo, ora era tempo che se ne andasse via da casa. La ragazza, di nome Caterina, non aveva trovato nessun uomo fino ad allora a causa della povertà della sua famiglia e del fatto che fosse bruttina e piuttosto sgraziata. Un naso lungo come il suo in paese era da tanto che non si vedeva ed era pure storto!
Il resto della faccia era ben proporzionato, ma quel naso rovinava tutto. I suoi capelli erano bellissimi: lunghi, mori e mossi. A vederla da dietro dava l’illusione di essere una bella ragazza, infatti molti uomini le si avvicinavano. Però quando Caterina si girava, prendevano uno spavento e voltavano la faccia, facendo finta di non averla vista. Le prime volte ci era rimasta male, poi ci aveva fatto l’abitudine e ora non le faceva più né caldo né freddo.
Disperata dalla minaccia dei suoi genitori, aveva sentito il bisogno di uscire di casa e di fare una passeggiata. Era giunta fino quasi in Básgia ed essendo convinta che lì non la potesse disturbare nessuno, si era seduta a piangere. Mentre le lacrime le scorrevano lungo il volto, ragionava su quanto fosse ingiusto che gli uomini la ripudiassero per il suo aspetto esteriore, senza nemmeno provare a conoscerla.
Era così assorta nei suoi pensieri, che non si accorse del giovane cacciatore che le stava davanti finché non lo sentì imprecare. Alzò di scatto il volto e lo guardò con un’espressione interrogativa, non capendo cosa lo avesse fatto arrabbiare. Lui le disse, tra le bestemmie, che per colpa del suo pianto, gli era appena scappato un camoscio. Lei andò su tutte le furie, ritenendo che avesse il diritto di piangere dove e quando voleva. Poi però di colpo le venne un’illuminazione. Un bel giovane come lui lo avrebbe di certo notato a Soazza, questo significava che non era del posto e che stava infrangendo la legge. Glielo fece subito notare, solo allora lui realizzò di non trovarsi più nel territorio di Mesocco e il suo volto si fece pallido.
La pregò di non dire niente a nessuno, non poteva permettersi di pagare la multa, era a corto di denaro. Lei era una ragazza molto furba, in lui aveva visto la via d’uscita da un matrimonio da incubo. Lo ricattò: se lui non avesse acconsentito a sposarla, lei sarebbe andata dal Console a fare la spia. Sperò dentro di sé che l’uomo non fosse già ammogliato e per una volta la sorte le sorrise. Giorgio non aveva mai voluto sposarsi fino ad allora. C’erano molte donzelle nubili di Mesocco che facevano la fila per lui, ma non riusciva proprio a sopportare nessuna di loro.
Riteneva che fossero tutte stupide e delle oche patentate. Quando la giovane bruttina lo mise alle strette, fu dapprima molto sorpreso dalla suaintelligenza. Poi però si indignò perché era appena stato ingannato da una donna. Infine, realizzò che la donna era una soazzona! Mai e poi mai ne avrebbe sposato una!
Nonostante fosse assolutamente contrario all’idea di maritarla, si accorse di non avere alternative. Doveva impedire ad ogni modo che il Console sapesse che si trovava nel territorio di Soazza a cacciare. Perciò si ritrovò costretto ad accettare.
Caterina fece un salto dalla gioia. A lei non importava nulla che fosse un mesoccone, le bastava che la salvasse dal futuro infelice che i suoi genitori volevano imporle. Ora bisognava pensare al matrimonio. Nella foga del momento, Caterina non aveva realizzato che non sarebbe mai riuscita a convincere suo padre a lasciarle sposare un uomo di Mesocco. Anche se, quando le avevano detto che se avesse trovato un altro uomo in due settimane avrebbe potuto stare con lui, non avevano specificato che dovesse essere del paese.
Ovviamente era sottointeso, Caterina ne era cosciente. Però, era una donna furba e credette di poter far leva su quella mancata condizione. Lei l’alternativa all’uomo violento l’aveva trovata, se i suoi genitori avessero voluto che non fosse un forastiero, avrebbero dovuto dirglielo. In questo suo ragionamento frettoloso, purtroppo non aveva tenuto conto del fatto che lei non avesse praticamente alcun diritto in casa. In famiglia nessuno le aveva mai portato rispetto, la sua opinione contava poco o nulla. Di certo non avrebbe cominciato ad importare adesso. Non aveva alcuna speranza di riuscire nell’impresa di convincere suo padre. Ma in quel momento non stava pensando proprio lucidamente e si illuse di potercela fare. Si diresse in paese con Giorgio, giunse alla sua abitazione e fece la sua richiesta. La madre quasi svenne e dovette appoggiarsi allo stipite della porta per non cadere. Suo padre invece andò su tutte le furie. La risposta era assolutamente no. Il padre indignato le chiese come si fosse permessa anche solo di pensare ad una cosa del genere! Oltretutto aveva anche avuto il coraggio di portare il mesoccone lì, in casa loro. A quel punto Giorgio fu costretto a fuggire, minacciato dal fucile del suo ipotetico futuro suocero. Caterina, di nuovo in lacrime, se ne andò con lui, giurando di non tornare mai più. Che non sarebbe davvero mai più tornata, non lo poteva ancora sapere. I due decisero di rifugiarsi nuovamente nel bosco e cercare un luogo tranquillo per decidere come risolvere la situazione. Ad essere sincero, Giorgio non era più così dispiaciuto all’idea di dover rimanere con Caterina per tutta la sua vita. Aveva dimostrato di avere carattere e di essere astuta, non era di certo come quelle ochette di Mesocco.
Però, per ora, questo suo cambiamento d’opinione se lo teneva per sé.
il padre di Caterina non aveva acconsentito al matrimonio tra i due, si poteva provare a sposarsi di nascosto. Ma chi sarebbe stato disposto ad unire in matrimonio un mesoccone e una soazzona, che non si amavano e che non avevano nemmeno ricevuto la benedizione dei genitori? Caterina propose di mentire. Non su tutto, solo su una cosa. Potevano fingere di essere innamorati, andare dai frati all’Ospizio e sperare di farli commuovere al punto da accettare di sposarli in segreto. Nessuno dei due credeva nell’amore ed è difficile fingersi innamorati di qualcuno quando non lo si è. Però, se due di paesi diversi volevano a tutti costi sposarsi nonostante l’opposizione dei genitori, chiunque avrebbe pensato che fosse per amore. Di conseguenza, anche se i due non avessero finto bene la parte degli innamorati, i frati non avrebbero avuto alcun motivo per insospettirsi. Decisero di tentare. I due frati li accolsero all’Ospizio e stettero a sentire la loro storia. Entrambi si emozionarono, era un buon segno. Un frate, però, disse che non poteva farlo, era contro la legge e non voleva diventare un trasgressore. Il loro era un destino triste, ma lui non se la sentiva di prendersi le responsabilità per cambiare le cose. Detto questo li lasciò soli con l’altro frate.
Dovettero insistere per un’ora intera, prima di convincerlo. Probabilmente fu il pianto disperato di Caterina che lo indusse ad accettare, gli fece troppa pena.
Fatto sta che li condusse nella cappella e lì celebrò la loro unione. Che gioia per Caterina, ce l’aveva fatta. Ora sarebbero potuti andare a vivere a Mesocco, nella casa di Giorgio. Della sua famiglia rimanevano pochi componenti, in molti erano morti di dissenteria qualche anno prima. C’era bisogno di una nuova donna in casa, quindi sarebbe stata accolta abbastanza bene. Forse l’avrebbero vista male all’inizio, a causa della sua provenienza, però d’altronde Giorgio l’aveva già sposata. Non l’avrebbero mandata via.

Soazza, 20.12.1850

Aveva smesso di nevicare e stava ormai diventando giorno. Frate Giovanni alzò gli occhi dal quaderno, l’altro frate aveva smesso di raccontare. Gli chiese se avesse finito, Gregorio confermò. Da una parte Giovanni si dispiacque, si era appassionato alle storie. D’altra parte, ne fu quasi sollevato, si sentiva molto stanco e faticava a tenere gli occhi aperti. Inoltre, l’inchiostro era praticamente finito. Il racconto dell’alluvione era quello che gli era piaciuto di meno, perché non riusciva a capire il punto di vista di Leopoldo. Come faceva una persona a vivere senza fede? Lui non aveva alcun dubbio dell’esistenza di Dio e non riusciva a capacitarsi di come la si potesse mettere in discussione. Lo rattristava immaginare la vita di un non credente, priva di qualcuno a cui rivolgersi nel momento dello sconforto, in caso di morte, nella malattia o dopo dei disastri naturali. Il frate si sarebbe sentito solo ed abbandonato. Pregare Dio lo rassicurava, era un punto di riferimento sempre presente e Giovanni era certo di essere ascoltato. Oltretutto chi non credeva nel Signore, poteva vivere un’esistenza da peccatore, senza provare alcun rimorso. Non aveva nessuno stimolo a comportarsi bene, tanto per lui l’inferno non esisteva. Ma quando poi sarebbe morto, avrebbe realizzato di essersi sbagliato, di aver errato nel negare l’esistenza di Dio. Sarebbe finito all’inferno senza nessuna possibilità di salvarsi.
Ormai sarebbe stato troppo tardi. Che invece fossero i credenti a sbagliarsi, frate Giovanni non lo prendeva neanche in considerazione. Che scopo aveva vivere se dopo la morte tanto non c’era nulla? Il frate non considerava nemmeno l’ipotesi che semplicemente la vita non avesse uno scopo, se non quello di riprodursi al fine di far continuare l’esistenza dell’uomo. Lui, come tante altre persone, aveva bisogno della certezza che vivere non fosse invano, che non si dovesse patire tanto per niente. Dal punto di vista di un non credente, era proprio questo il motivo per cui l’essere umano già nell’antichità si era inventato le varie religioni.
Per darsi delle risposte a degli avvenimenti che non si riusciva a spiegare, come i fenomeni naturali o, appunto, la vita stessa. Ma il frate era convinto che Dio esistesse e che ciò non si potesse mettere in discussione.
Incrociò lo sguardo di Frate Gregorio, lo stava osservando come se fosse in attesa di qualcosa. Ma certo! Giovanni si rese conto che probabilmente voleva una recensione dei racconti, voleva sapere se gli fossero piaciuti o meno. Gli disse che in generale le storie erano state di suo gradimento e che la sua preferita era stata quella di Giorgio e Caterina. Alla fine, lui era convinto che si sarebbero innamorati davvero, col tempo. I due frati del racconto non erano lui e Gregorio, bensì i loro predecessori. Giovanni proclamò che se fosse stato lui a trovarsi sulla porta i due “innamorati”, avrebbe acconsentito a sposarli. Neanche tanto per il fatto che avrebbe creduto alla motivazione amorosa, ma per salvare quella poveretta di una Caterina dal suo triste destino. Frate Gregorio gli ricordò che la donna non aveva spiegato il vero motivo per cui voleva assolutamente maritare Giorgio, per cui non avrebbe potuto saperlo. A questa obiezione Giovanni rispose che si sarebbe accorto che stavano mentendo e li avrebbe sollecitati a raccontargli la versione giusta. Se avesse funzionato, non avrebbero mai potuto scoprirlo.

Alcuni racconti erano ambientati molti anni prima, altri in tempi non tanto lontani. Eppure, Giovanni non aveva notato una gran differenza tra la vita di allora e quella del 1850. Anzi, sembrava che di divergenze addirittura non ce ne fossero.
Il tempo pareva essere rimasto immobile. A quel punto gli tornò in mente ciò che diceva sempre frate Gregorio, sui tempi che sarebbero cambiati. Capì a cosa si riferiva. Prima o poi ci sarebbe stata una svolta, gli anni avrebbero finalmente portato con sé dei cambiamenti radicali. La vita di miseria che conducevano, sarebbe migliorata. Espresse le sue conclusioni all’altro frate, che annuì con un sorriso. Era proprio quello che pensava anche lui. Con questa speranza i due frati si alzarono in piedi, pronti per affrontare un’altra lunga giornata.
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“Non bisogna rovinare il bene presente col desiderio di ciò che non si ha, ma occorre riflettere che anche ciò che si ha lo si è desiderato.”

Epicuro

 
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