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Cultura
lunedì 12 novembre 2018.
COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI
di Teresio Bianchessi


Milano, sabato 10 novembre ore 15, pioviggina ma c’è grande ressa per strada e tutti puntano alla stessa meta; taluni corrono, sono in ritardo.
Arrivati, si fatica a trovare posto a sedere, bisogna sgomitare, scavalcare persone per raggiungere i due posti liberi al centro.
Stadio di San Siro? Palazzetto dello Sport? Forum di Assago?
No, è l’appuntamento annuale in Viale Piave 2, Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, per la celebrazione eucaristica in ricordo dei defunti; la parrocchia è più nota ai milanesi come “Opera San Francesco per i Poveri”.
Realtà solida “L’Opera” che conferma la “Milan col còer in man” (Milano dal cuore grande) capace di dare pane, vestiti, cure mediche, igiene, ai tanti disperati, nostri e del mondo che, ogni giorno, bussano alla sua porta.
Qui ci venivo quando, ragazzo, ero ospite dell’opera San Vincenzo De Paoli che accoglieva, nei primi anni sessanta, giovani in fuga dalla povertà delle campagne e alla ricerca di lavoro e un futuro migliore in città.
Io e i miei amici qui venivamo anche perché incuriositi dalla fama di un frate, Fra Cecilio, arrivato, negli anni cinquanta, dalle valli bergamasche, per gestire la struttura.



Lunga barba bianca, semplice nei pensieri, umile, quel frate però capì subito che le vie della grande Milano non erano poi così diverse dai sentieri di povertà che aveva percorso, sino allora, nelle sue valli sperdute.
Così, pur patendo un’iniziale ilarità, si mise il sacco in spalla e, come i frati di manzoniana memoria, iniziò a bussare alle porte del quartiere per raccogliere cibo, indumenti, soldi che gli servivano per sfamare i poveri che, oggi come allora, sostavano davanti alla sua chiesa.
Sarà proprio lui a fondare nel 1959 e dirigere per lunghi anni “L’Opera” che è tuttora un vanto, un fiore all’occhiello della città.
Da fra Cecilio, noi giovani, venivamo anche per un altro motivo e me ne sono ricordato osservando un quadro appeso nella cappella dove riposa e che lo ritrae in veste di confessore.
Raccontare le colpe era esercizio faticoso e delle nostre un poco ci vergognavamo, ma divenne facile spifferarle a lui che ci guardava assorto, bonario, non ci chiedeva dettagli, né il dove, né il come e ci assolveva non con una ramanzina, bensì con una brevissima frase che ci consolava e nello stesso tempo ci disorientava:
“Sai che il Signore ti vuole bene?”.
Ce ne andavamo, mondi e sereni.



Era a quei tempi un ultra settantenne, vivrà fino a 98 anni, forse soffriva anche di sordità, ma la sua vera preoccupazione non era quella di sentire le nostre piccole miserie, ma di darci un messaggio salvifico per la nostra vita di giovani catapultati, soli, nei pericoli della grande città.
Torniamo alla celebrazione che è stata solenne, raccolta, ci ha fatto ricordare, con malinconico affetto, i nostri cari.
Strapiena la chiesa ma, curiosando fra i banchi ho dovuto costatare a malincuore che i più giovani, fra i presenti, erano gli ultrasessantenni.
Ma come, ho riflettuto, dove sono i “veri giovani” che di sicuro avranno da ricordare genitori, nonni, zie, zii, così come facevamo noi ragazzi di un tempo quando, durante la novena dei morti, non ci veniva risparmiata nemmeno la processione serale, nel buio, verso il camposanto, per vegliare e far compagnia, per poche sere l’anno, ai nostri cari defunti.
Difficile rispondere, forse, noi “grandi”, troppo abbiamo esentato i nostri figli da sacrifici, impegni, fatiche, dimenticando che, pur se in epoca di apparente benessere, anche per loro arriveranno le sofferenze della vita.
A quel punto c‘è da sperare che sappiano, più che eluderle, metabolizzarle, elaborarle e ritrovare solidi principi.
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Vivere per gli altri, non è soltanto la legge del dovere, ma anche la legge della felicità.

(Auguste Comte)

 
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