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Editoriale
lunedì 17 settembre 2018.
ERA IL SESSANTOTTO
di Teresio Bianchessi

Il “68” sorprese anche l’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; il movimento studentesco travolse Rettore e classe dirigente dell’ateneo e da subito fu palese l’incomprensione fra le parti e per molto tempo nessun dialogo fu possibile.



Gli studenti definiti da Pier Paolo Pasolini “piccoli borghesi” prepotenti e ricattatori, si scagliavano, almeno in apparenza, contro la loro stessa classe sociale.
All’ingresso dell’ateneo appesero polemicamente un cartello, disegnato e scritto a mano (il pc ancora non c’era) che recitava:

Vietato introdurre biciclette, cani e figli di operai e di contadini!

A scatenare la rivolta fu l’annuncio del raddoppio delle tasse universitarie che portò, nel novembre del ‘67, all’occupazione dell’ateneo; gli studenti della Statale di Milano, in via Festa del Perdono, lo fecero nel febbraio del ’68. Tutti si battevano per il diritto allo studio delle classi meno agiate, per un mondo nuovo più libero, contestando nel frattempo l’arretratezza e la parzialità dell’istruzione che volevano creativa e rivoluzionaria.
A preparare il terreno delle proteste giovanili furono, due anni prima, i ragazzi del liceo Parini quando il loro foglio: “La zanzara” infilò l’aculeo nel tema, vietato allora, della sessualità.
«…Vogliamo che ognuno sia libero di fare ciò che vuole… il problema sessuale non sia un tabù ma venga prospettato con una certa serietà e sicurezza… la religione in campo sessuale è apportatrice di complessi di colpa…».
Il “vulcano” del sessantotto non riuscì più a contenere il magma che aveva in pancia ed esplose rumorosamente, rovesciando la sua incandescente lava su tutti i fronti; surriscaldò anche il mondo operaio e, più in generale, la società tutta di allora.
Si tinse presto oltre che di cultura anche di politica provocando così i primi scontri tra collettivi e formazioni di destra e sinistra che portarono alle prime rivolte di piazza, alle contestazioni, all’occupazione della Triennale; si arrivò persino a lanciare uova alla prima della Scala.
In quegli anni don Luigi Giussani cercò di comprendere quella ribellione definendola:
“Un’urgenza di autenticità del vivere dettata da un’irrequietezza”.
Di fatto era una trepidazione, una febbre che scatenava i giovani che pretendevano tutto e subito.
Le istituzioni, almeno inizialmente, non si sforzarono nemmeno di capire; i Rettori chiusero le università, il Governo schierò la polizia.
Esplose così la rabbia e termini quali «esproprio», «autoriduzione», «ronda», «occupazione», «spesa proletaria», entrarono nel gergo comune.

Io c’ero, certo che c’ero, ma ero diversamente occupato.
Lavoravo e frequentavo, seralmente, l’ultimo anno di ragioneria presso l’istituto Poerio di Via Pisacane, volevo fortemente il diploma per poter poi accedere all’Università.
Ero ospite dell’Opera Cardinal Ferrari, pensionato per lavoratori studenti che accoglieva i giovani immigrati di allora, provenienti dalle campagne lombarde e da ogni regione d’Italia, in cerca di un futuro migliore.
Avevo la “morosa” e proprio in quel “sessantotto” decidemmo di sposarci, mettere su casa, sollevando l’ilarità dei miei giovanissimi compagni di classe che iniziarono così a chiamarmi “babbo”.
Assunto da un distributore regionale di libri che promuoveva anche la neonata casa editrice “Adelphi” di Roberto Calasso, Luciano Foà e Roberto Olivetti, mi ritrovai nella postazione privilegiata dell’editoria che fu catalizzatrice del fermento culturale del tempo e che diffuse, quasi con spirito missionario, sussurra e grida sessantottine.
Ho ancora grande nostalgia di quel tempo quando in ogni quartiere della città, anche periferico, apriva una nuova libreria e, le idee, i progetti, la creatività del singolo trovavano editori, tipografi, disposti a dar loro voce.
Le idee non si fermavano nemmeno davanti ad un rifiuto perché subito si apriva la possibilità, grazie agli “angeli del ciclostile”, prevalentemente femminili, del “pro manuscripto – tiratura 500 copie”.
Quanti fascicoli clandestini, soprattutto politici, finirono sui tavoli delle librerie, contrastati e sequestrati spesso dalla censura.
L’editoria, allora, non comprava diritti d’autore, vendeva idee! Pubblicai la mia prima raccolta di poesie “Grazie Riprendo la vita dalla fine”, titolo certamente metaforico dei tempi perché sottintendeva voglia di chiusura col passato, desiderio di una vita nuova di zecca, di svolta, di scoperta.
Soffiava un vento forte di libertà, di creatività e schiere di docenti, maestri o professori, stanchi di vetusti testi ministeriali, cercavano da Primo Moroni, titolare della libreria Calusca al ticinese, bibliografie diverse per un nuovo sapere.
Mi diplomai con il massimo dei voti ed ebbi così l’accesso gratuito all’Università Statale, l’anno accademico però finì in nulla a causa dell’anarchia che regnava nell’ateneo, non riuscii nemmeno ad avere il piano di studi.
Ritentai l’anno dopo alla Cattolica, accollandomi le tasse scolastiche, ma di nuovo mi scontrai con le stesse problematiche.
Non potei fare altro che arrendermi, ma ciò non spense la mia sete di sapere. Giravo per la città indossando anch’io l’eskimo per meglio identificarmi con quelle che erano ritenute buone battaglie, il Vietnam, Cuba, la Bolivia, e non ci mancavano gli eroi: per tutti, Ernesto Guevara, il “Che”.
Ideali e miti ti facevano sentire capace di mutare addirittura le sorti del mondo.
Era il ’72, partecipavo a un progetto che prevedeva la nascita di un distributore nazionale su iniziativa dell’editore Feltrinelli, quando, “La notte”, quotidiano pomeridiano di allora, in prima pagina, a caratteri cubitali, diffondeva la notizia che l’uomo trovato lacerato sotto un traliccio nelle campagne di Segrate era Giangiacomo Feltrinelli.
Da lì in poi gli anni a Milano, e non solo, divennero di piombo.

Cinquant’anni di matrimonio felicemente festeggiati.
Cinquant’anni di “sessantotto” ancora tutto da decifrare.
Ne ho avuta conferma curiosando su “Wikipedia” che mette subito in guardia:
“La neutralità di questa voce o sezione sugli argomenti storia e società è stata messa in dubbio… etc.”
Certo perché e difficile rimanere neutrali nei confronti di una simile stagione, ognuno ha la sua opinione.
Io ne ho due.
1) Il sessantotto degli albori è stato un evento unico, irripetibile, coinvolgente, elettrizzante, creativo, propositivo.
2) Il potere, la politica ebbe troppa paura e, con le bombe e gli attentati, riuscì, prima a mortificare il movimento, poi a ritardare di oltre vent’anni un sacrosanto percorso di rinnovamento del paese che meritava di essere realizzato in modo meno cruento e faticoso.
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Mio nonno mi ha insegnato la lealtà e l’onestà.
Sarebbe bastato avere un nonno diverso e magari adesso sarei potuto essere un parlamentare.

(Flavio Oreglio)

 
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