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Editoriale
martedì 26 giugno 2018.
Nazione: un’idea sbagliata di cui siamo prigionieri?
di Gabriele Paleari

Pubblichiamo con molto piacere un contributo dell’etnografo Gabriele Paleari, insegnante alla Trent University di Nottingham, autore del libro "AlterItà", da poco nelle librerie. L’articolo affronta temi di attualità ed esamina con grande chiarezza i vari argomenti portando il lettore ad esaminare a sua volta la materia trattata e partecipare ad una tacita e proficua discussione con l’articolista.

Da qualche anno a questa parte si assiste in Europa a un rigurgito dei nazionalismi.
Nel 2011 la Danimarca ha dato il primo segnale introducendo i controlli alle frontiere. Oggi sembra che molti Paesi europei vogliano porre termine a un esperimento, la libera circolazione delle persone, che ci ha permesso di viaggiare, vivere e arricchirci culturalmente per almeno due decenni.
Premetto, non sto scrivendo un peana per celebrare l’Unione europea.
Aggiungo solo che nessuno sa se i nostri figli avranno la stessa fortuna di spostarsi a piacimento nel caro Vecchio Continente.
29 anni fa, eurofili ed eurofobi gioivamo tutti per la caduta del Muro di Berlino. Oggi in molti gioiscono per l’erezione del filo spinato ai confini di Ungheria e Slovenia. Purtroppo i nazionalismi sono tornati di moda. Non che fossero spariti del tutto, basta vedere cosa accade in ambito sportivo.
Quando si svolgono tornei come la coppa del mondo si assiste a rituali tribali che a volte paiono ridicoli. Il ridicolo non sta solo nei gesti irrazionali: pianti, mani sul petto ecc. Trovo ancor più ridicolo il culto religioso della dottrina della nazione, di cui inni e bandiere sono simboli. La ragione lascia il posto alla religione della nazione la cui fede non è spesso il frutto di un convincimento personale maturato in base a riflessioni ma di un sapiente processo di lavaggio del cervello imposto dalle élite al potere per sottomettere “il popolo”.
La scusa è sportiva, la ragione ideologica. Il mezzo è la scuola. Assistiamo spesso in TV a sceneggiate di atleti ed atlete che si commuovono e piangono come bambini mentre ascoltano le note di un inno; osserviamo bagni di folla e tripudi di bandiere. Il Michael Schumacher che sorrideva e ‘dirigeva’ in modo simpatico - qualcuno diceva con condiscendenza - l’inno italiano dopo una vittoria è un lontano ricordo. Sembrava una festa. Oggi i tecnici della Ferrari urlano a squarciagola il testo di Mameli, propongono di incollare la bandiera della marina militare italiana sulle monoposto di F1 per contribuire a liberare due soldati incarcerati in India e i politici sembrano sempre più presenti dei piloti sul podio. Già quei politici di mezzo mondo con la mano al petto e sull’attenti in stile militare anche chi in gioventù il servizio militare non l’ha prestato per difetti fisici, psichici o convinzioni pacifiste. Lungi dal volere etichettare questo o quel personaggio come nazionalista, sovranista, fascista e via dicendo, ciò che mi interessa sottolineare qui non sono i vizi e i miracoli dei protagonisti delle feroci campagne nazionaliste in corso in mezza Europa. Mi sembra tutto sommato che la stampa dedichi già troppo spazio alle parole di strilloni che, in cambio di una comoda poltrona e di una lauta retribuzione, sparano proclami sulle presunte identità culturali di certi popoli e sulla minaccia di estinzione. Ritengo che l’estinzione demografica si debba e si possa combattere con piacere tra le lenzuola, non erigendo costosi e inutili muri o chiudendo porte e porti ai popoli “invasori”. Ah i popoli e il popolo. Definire un popolo non è cosa semplice e forse è futile. La genetica non ci aiuta, gli scienziati non hanno dimostrato l’esistenza delle razze. C’è da chiedersi se popoli, razze e nazioni esistano davvero e non siano invece il frutto dell’immaginazione, come sostiene qualche studioso. Difficile dare risposte e non voglio nemmeno provare a rispondere. Da studioso rifletto da anni su come l’idea di nazione ancora pervada il nostro secolo XXI. Dare una definizione di nazione è inutile, ce ne sono decine. C’è chi ritiene che le nazioni siano sempre esistite, chi le considera un prodotto della Rivoluzione francese, chi le vuole omogenee e chi no. Tuttavia, una definizione, pardon ‘definAzione’, mi ha colpito in quanto riassume con parole molto semplici ed efficaci un concetto controverso: la nazione è “un gruppo di persone unite da una visione sbagliata del passato e dall’odio nei confronti dei loro vicini”.
La frase che ho riportato tra virgolette non è farina del mio sacco ma di uno studioso di nome Karl Deutsch. La ‘definizione’ dovrebbe far riflettere.
Proprio riflettendo sull’idea di nazione, io propongo di considerarla una comunità imposta, calco la mano, da impostori, con la propaganda. Fino a qui nulla di nuovo. Il problema è che l’idea di nazione prevede che qualcuno ne faccia parte e qualcuno ne venga escluso. Ci sono cittadini – se lo sono – che pagano le imposte ma non hanno diritto di voto, anche nella civilissima Confederazione. C’è chi contribuisce al bene degli altri ma senza avere i diritti di chi, per caso, è nato con il passaporto rossocrociato, tricolore o nordcoreano, nove mesi dopo una battaglia tra le lenzuola. Un puro caso di scambio di geni che ti segna il destino; non vi è nulla di meritocratico nell’appartenenza nazionale. Ti accorgi di essere escluso dalla nazione quando paghi le tasse ma non voti. Nessuno pare indignarsi. Ci si scanna però su ius soli e ius sanguinis, dimenticando che i veri stranieri sono gli evasori e gli elusori fiscali. Certo ci si sente stranieri specie quando si viaggia all’estero, dove non paghi le tasse, tranne forse l’IVA e la tassa di soggiorno. All’estero ti trovi di colpo letteralmente ‘spaesato’, come un pesce fuor d’acqua. Quando viaggi e attraversi i confini di stato sei di colpo escluso e ti rimangono poche opzioni: o trovi che tutto è diverso da casa tua, dal paesaggio alla lingua, dalla cucina ai gabinetti, non ti garba e allora torni indietro; oppure il senso di non appartenere a un dato luogo ti lascia trasportare. Io da etnografo mi lascio trasportare.

Il mestiere di etnografo è interessante perché innanzitutto nessuno capisce che cosa fai, e allora ti chiedono se hai un vero lavoro. In realtà il mestiere, che non si improvvisa da un giorno all’altro, ma che richiede anni e anni di tentativi e di affinamento, ti porta a riscoprire il mondo se non con gli occhi almeno con l’entusiasmo di un bambino. Vedi, fotografi e annoti simboli che spesso si ignorano per la fretta. Non fai autoscatti o ‘selfie’ come dicono gli internauti oggi. Ti concentri sugli altri e sull’altro che è diverso da te.
Attenzione, non lo fai per amore del prossimo o per altruismo. Tu riporti e annoti le parole delle persone che intervisti. Fotografi un po’ tutto, anche i confini di stato, le maniglie delle porte e tante cose apparentemente strane. Recentemente, mentre mi trovavo a Poschiavo per presentare il mio saggio AlterItà, il giornalista con cui dialogavo ha fatto notare al pubblico che tanti oggetti a noi familiari cambiano non appena si supera un confine di stato.
Non è una banalità. Appena superi la fatidica frontiera vedi bandiere diverse, l’asfalto ha qualche buca in più o in meno, i cartelli in autostrada diventano blu o verdi a seconda del Paese in cui viaggi. Paiono banalità, ma poi ci si accorge che anche queste differenze concorrono a farci credere simili ad altri, diversi e più o meno stranieri. Strade a parte, notiamo gabinetti o porte degli uffici che non sono uguali dappertutto ma che sembrano avere caratteristiche costanti in alcuni Paesi, solo per cambiare improvvisamente dopo aver varcato il confine di stato. Logicamente nelle case private ognuno decide il modello che vuole in base alle proprie preferenze, alla propria stazza e alle ossessioni igieniche. Quando si viaggia, limitandoci solo al Vecchio Continente, ci si scandalizza quando non si trova il bidet o ci si fa prendere dal panico quando si deve aprire un rubinetto che pare strano, in quanto ‘forestiero’, barbaro o semplicemente nuovo. Insomma viaggiamo, torniamo, ci lamentiamo ma poi vorremmo che gli altri si adeguassero ai nostri standard, che ovviamente sono sempre i migliori. Viaggiando si notano tante altre piccole curiosità. Si tende poi a tornare a casa e a raccontare, per esempio, che gli inglesi avrebbero uno scarso senso dell’igiene in quanto i bidet non esistono nelle case di noi sudditi britannici. Lo confermo, da noi in Albione si risparmia spazio, le case tendono a essere più piccole… e la doccia sa fare miracoli, senza la scomodità di doversi accovacciare su un bidet.
L’eccentricità degli altri, la loro diversità le critichiamo ma forse smarriamo il senso critico nei confronti di ciò che ci è vicino. Che cosa c’entra ciò con il mestiere dell’etnografo, si chiederà qualcuno. Riprendo a farneticare. Tra gli oggetti che ci circondano tutti i giorni, al di là delle maniglie delle porte, dei bidet per ripulirsi le idee, ci sono anche simboli che consciamente ma anche inconsciamente crediamo ‘nostri’: il campanile di una chiesa, le architetture di un palazzo, i nomi delle vie. No, forse questi ultimi non ci appartengono o forse non li capiamo del tutto. I nomi delle vie celano storie affascinanti, penso per esempio al toponimo Nosetto a Bellinzona ma anche alle vie che indica[va]no i mestieri e i prodotti della City of London (Lombard Street, Milk Street, Butter Street e via dicendo). I nomi delle vie sappiamo non sono eterni. Alcuni rimangono per secoli anche quando gli attori originari, il lattaio, il banchiere o il pescivendolo hanno lasciato il posto ad altre professioni. Altri nomi hanno significati e origini meno chiare ma sono portatori di ideologie politiche. Le ideologie politiche e i nomi delle vie non sono un’invenzione moderna, pensando solo alle vie intitolate agli imperatori romani. In fondo chi comandava voleva lasciare il segno. Oggi alcune vie si riferiscono a misteriosi toponimi, che spesso svelano la storia di una data zona geografica. Non sempre i toponimi locali sono stati conservati o reinventati. In certi casi i nomi dei luoghi e delle vie sono stati manomessi per creare un’ideologia ‘nazionale’, cioè valida in tutto uno stato, che potesse in qualche modo occultare, o mettere in secondo piano, le storie locali per favorire invece un discorso nazionale e con ciò omogeneizzare. Creando e inventando miti di un passato in comune, di una cultura in comune, diffondendo la necessità di avere una sola lingua in comune è più facile creare un ‘noi’ omogeneo diverso dall’altro, barbaro, forestiero o straniero. L’omogeneità crea la falsa illusione di sentirci simili o uguali perché abbiamo una lingua in comune. Si crea il mito dell’unità. La Chiesa deve essere unita, anche Papa Francesco pare essersene convinto, l’Italia deve essere unita, la costituzione repubblicana italiana ricorre a una tautologia per ribadirlo: “una e indivisibile”; un’Italia cattolicamente creatrice, come l’Iddio mazziniano che l’ha concepita, di cose “visibili e invisibili”, da cui l’espressione andare in visibilio durante le partite di calcio. Proseguo…il mondo deve essere unito, l’ONU è la riprova dell’unità con la sua armonia e via discorrendo. Amen se poi la pace e la prosperità non ci siano: uniti si sta bene, lo dobbiamo raccontare anche a chi divorzia a causa dei continui litigi, come la Brexit ci insegna. L’unità è in fondo ciò che la discussa idea di nazione, ma anche quella di Europa, propone. Uniti e omogenei? In fondo l’omogeneizzazione serve per farci sembrare uguali ai connazionali e astiosi nei confronti dei vicini. Nessun problema. Se il vicino è diverso, facciamo una bella invasione, lo assimiliamo e forse non dovremo più odiarlo. Nazismo, fascismo e comunismo hanno fallito nel tentativo di imporre unità, obbedienza e omogeneità con la forza. Anche chi dice di fare una buona cosa in nome della cultura in realtà distrugge la cultura stessa. Ciò, purtroppo, è stato fatto più volte nel corso della storia. Un teorizzatore di un tale terrore culturale fu Gabriele D’Annunzio, un criminale poetante che fece chiudere le tipografie che pubblicavano in lingua croata sull’isola di Krk/Veglia, oggi in Croazia. Le isole adriatiche dovevano parlare solo italiano. C’è chi ha persino scritto, sempre di quelle regioni meta di vacanza di tanti svizzeri e italiani, che ‘saxa loquuntur.’ E se i sassi parlassero davvero? Lo farebbero in italiano, ovviamente. Lungi dal volere difendere una tale affermazione proposta da alcuni studiosi mi chiedo perché arriviamo ad attaccarci in modo viscerale a delle pietre, a una data terra, quando siamo solo meri passeggeri su un pianeta che gira in media ottanta volte intorno al sole prima di mandarci all’altro mondo? Ma certo, è colpa o merito della scuola. Credo che il problema dell’attaccamento, dell’identità sia da ricercare nella scuola. La scuola ci dovrebbe insegnare a essere un po’ più etnografi, a osservare e a imparare. La scuola, si sa, dovrebbe insegnarci a fare di conto, a leggere, a scrivere e a suonare uno strumento musicale. Purtroppo non è solo così: la scuola è un teatro di guerra di propaganda silenziosa ma letale. Ci forgia come individui e serve per omogeneizzare le popolazioni in modo da offrirci una versione ‘corretta’ del ‘nostro’ passato, anche di quello che non abbiamo vissuto. La scuola costruisce il ‘noi’, ma non dedica abbastanza tempo allo sviluppo dell’IO. La scuola, basta sfogliare un atlante storico, ci dice che ci sono confini ‘naturali’ che CI dividono dagli Altri. Le Alpi, per esempio sarebbero un confine naturale? In base a quale legge naturale, come argomentava anche Ernest Renan, un fiume e un monte dividono i popoli? Una bufala che apprendiamo a scuola, non confrontandoci con gli altri, ma escludendoli a priori. La scuola non fa violenza, ma ugualmente ci sottopone a un costante lavaggio del cervello. Lo scopo della scuola non è quello professato di insegnarci a pensare, scrivere e contare. No, pare che la scuola serva a farci diventare svizzeri, sloveni, italiani, americani ecc. Farnetico? Forse. No, basta girare l’America e mezza Europa dove le bandiere sventolano sui pennoni delle scuole. Il caso italiano sembra ancora più estremo. Bandiere ovunque. Ma ci sono altri simboli nascosti che pure servono a creare il ‘noi’ omogeneo. Riprendendo in mano un atlante geografico o aprendo Google Maps ci auto-indottriniamo. Leggiamo che, sempre per rimanere nelle nostre care Alpi, tanti nomi sono italiani. Non ho scritto ‘in lingua italiana’ ma ‘italiani’ di proposito. Ma allora esiste una nazione italiana con confini ben delineati? Stando a chi ha alterato i toponimi per chiari scopi propagandistici sì. Stando a chi non ci crede, come il sottoscritto, no. Tutta ideologia. Per chi vive a ridosso delle Alpi i vari Monte Rosa, Monte Disgrazia, Vetta d’Italia (Glockenkarkopf) e Pizzo Verona (Piz Varuna) possono non dire nulla o suscitare interesse. Perché si chiamano così? Ma no, su, sono solo montagne. O forse no, ma dai, in Pizzo Verona sembra esserci un richiamo alla città shakespeariana, anziché al toponimo Varuna, che suona male, non è un nome italiano, ‘stona’, manca l’omogeneità. In fondo, per rifarmi a Shakespeare “What’s in a name?” [Che cosa c’è in un nome?]. Poco se non notiamo le maniglie, l’assenza di bidet o rubinetti senza miscelatore. Molto se scaviamo nelle parole. Scopriamo che Pizzo Verona sa di un pasticcio all’italiana con un pizzico di italico irredentismo. ‘Disgrazia’ apparentemente non c’entra con le morti di valorosi alpinisti - magari con la penna nera e il fucile - ma sarebbe una italianizzazione forzata di un termine nella lingua locale per indicare il ghiacciaio, che ricopre una buona parte della montagna che domina la Valtellina. Idem per il Monte Rosa. Vuoi mettere ‘Monte di Ghiaccio?’ A proposito di rosa… anche in Shakespeare la questione del nome ha una certa rilevanza, come dice Giulietta: “That which we call a rose by any other name would smell as sweet” [Quel che chiamiamo rosa, chiamata con qualsiasi altro nome profumerebbe come dolce]. Tralasciando Shakespeare, che qualche buontempone nazionalista vorrebbe italiano, ‘Crollalanza’ naturalmente, o persino bregagliotto, che cosa dire di Vetta d’Italia? La nazionalizzazione di una montagna è ancora più palese. Lo scopo è affermare la sovranità e l’avvenuta omogeneizzazione dell’Altro. Davvero? Era necessario costringere i sudtirolesi a italianizzarsi? E che dire poi dei nazionalisti italiani che si scandalizzano quando i sudtirolesi cancellano i nomi italiani dei toponimi della regione? L’Italia si è appropriata delle terre degli altri per futili ragioni ‘culturali’ e in base al mito dei confini naturali.
Sappiamo bene che nel nome dei confini naturali in Europa ancora ci si ammazza. La Crimea oggi, l’ex Jugoslavia pochi decenni fa. Ritorno a… scuola prima di concludere. È la scuola che ci insegna ad avere un nemico: pare che la Svizzera e l’Italia abbiano nell’Austria un nemico comune, che i libri di storia perpetuano, sebbene, non dimentichiamo, il Castello ancestrale degli Asburgo si trovi oggi nel Canton Argovia. A cosa serve cercare un nemico della nazione? Per parafrasare lo scrittore Claudio Magris, abbiamo davvero bisogno di un nemico comune? Abbiamo ancora bisogno di una nazione-madre con cui identificare i buoni, cioè i nostri, con cui piangere per una medaglia o una coppa del mondo o possiamo accettare la diversità degli altri senza considerarli a priori nemici e arricchirci culturalmente?

Sed de hoc satis

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“Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia.”

Lorenzo Milani

 
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