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Cultura
venerdì 8 giugno 2018.
I CONTI DELLA SERVA, LA POLITICA… E LA FELICITA’
di Teresio Bianchessi

I “conti della serva”, nel sentire comune, sono quelli che si fanno per praticità, pragmatismo, concretezza, quelli, per intenderci, che la massaia fa quando va al mercato, il papà quando deve quadrare il bilancio famigliare o il contadino che deve trovare il giusto equilibrio fra fatiche e risultati; comportamenti quindi ispirati dal buon senso, da sana economia spicciola, da prudenza, da timore dei debiti.



La politica non ne sembra capace, lei fa un altro mestiere, incomprensibile a noi comuni mortali, ma spesso indecifrabili anche ai più o meno attenti e onesti osservatori politici.
In Italia, dopo oltre tre mesi di estenuanti trattative, volta faccia, bocciature presidenziali, si è appena formato il nuovo governo “giallo verde” (qualcuno dice: “giallo/verde/nero”) e il suo insediamento, grazie anche alle improvvise dirette dei tg, ha raggiunto livelli di spettacolarità impensabili sino ad ieri, con indici d’ascolto da far invidia alle “soap opere”.
D’altronde, mai come in quest’ultima fase politica, si sono visti tanti colpi di scena: innamoramenti, tradimenti improvvisi, incompatibilità, minacce d’impeachment, odio, amore, princìpi granitici sbandierati con orgoglio e l’indomani gettati alle ortiche.
Non che in tempi lontani le dinamiche della politica fossero diverse, basti pensare ai governi Andreotti, ai politici di allora: De Mita, Fanfani, Moro, Saragat, Spadolini, Berlinguer; lì le trattative duravano ben più a lungo e le dichiarazioni erano in “politichese”, linguaggio forbito, sottile, allusivo, ben lontano da quello violento di oggi, ma che, ora come allora, definiva la spartizione del potere.
Il nuovo governo si è presentato come “governo di cambiamento” e da sempre i cambiamenti fanno paura; ai tempi, sotto elezione, erano gli attentati e le bombe a raffreddare la voglia d’innovazione degli italiani, oggi, a dissuadere ci pensa il mercato, la finanza, lo spread, la borsa, che perlomeno cruenti non sono.
Le spinte, anche in quest’ultimo turno elettorale, sono arrivate dal basso, dai disoccupati, dagli esodati, dai poveri, dal sud, indirettamente anche dai migranti, e le forze, definite “populiste” hanno vinto cavalcando proprio queste istanze.
Si è avuto modo di dire, anche sulle pagine de “Ilmoesano”, che il termine “populismo” rivendica dignità, anche se, di questi tempi, il vocabolo è bistrattato.
Saprà il governo “populista” risolvere le criticità del paese, si occuperà davvero di casa, lavoro, povertà?
Nella pirotecnica campagna elettorale sono state fatte promesse ritenute irrealizzabili dalle opposizioni; difficile capire, certo è che il bilancio di ogni nazione ha numeri talmente inarrivabili, non so a quanti zeri, che nelle sue pieghe di sicuro si nascondono tesoretti che potrebbero andare serenamente a favore dei più deboli.
Non ne so di politica, mi disgustano i teatrini delle tribune politiche, e ancor più quei politici, e sono la maggioranza, che “parlano” alla pancia della gente, anziché, come sarebbe più corretto e auspicabile, alla loro mente, aiutandoli così nella difficile e paziente arte del discernere.
Mi aggrappo allora ai numeri per fare una considerazione globale, tanto oramai il mondo lo è, e lo faccio prendendo spunti dalla rivista “Scarp de’ tenis” mensile della strada, che spesso fa i conti della serva.
Copio: “…l’82% dell’incremento di ricchezza globale registrato lo scorso anno è finito nelle casseforti dell’1% della popolazione più ricca, mentre la metà più povera del mondo (3,7 miliardi di persone) ha avuto lo 0 (zero)”.
La rivista dà anche la classifica di Forbes, dei 10 uomini più ricchi del mondo:
1° - Jeff Bezos – Amazon – 112 miliardi di dollari
2° - Bill Gates – Microsoft – 90 miliardi di dollari
3° - Warren Buffet – Berkshire Hathaway – 84 miliardi di dollari
mi fermo a loro e faccio i conti della serva: 112 miliardi + 90 miliardi + 84 miliardi fanno 286 miliardi di dollari.
Proviamo a togliere a questi tre signori, con garbo, con rispetto per le loro grandi capacità e meriti, il 10% e solo da questo prestigioso podio scenderebbe una pioggia benefica per chi sta peggio di 28,6 miliardi di dollari, che io francamente non so bene quanti siano.
Per Jeff, Bill, Warren briciole, di cui nemmeno se ne accorgerebbero e che andrebbero invece a beneficio di una politica capace di ricompensare, oltre che la ricchezza, anche il lavoro.
Ne deriverebbe una minima riduzione della forbice fra ricchi e poveri, avvicinando e gratificando le disuguaglianze che porterebbero di sicuro a un mondo migliore e, perché no, più felice.
Perché la politica non lo fa?
Forse c’è da rispondere, per capire, a questa domanda:
E’ la politica o è l’economia che comanda il mondo?
Di questi tempi, in Italia, sembra che la politica voglia dire la sua, staremo a vedere.
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Questa è la storia di quattro persone, chiamate Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno.
C’era un lavoro importante da fare e Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto.
Ciascuno avrebbe potuto farlo, ma Nessuno lo fece.
Finì che Ognuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Ciascuno avrebbe potuto fare.

(Anonimo)

 
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