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Politica
lunedì 6 novembre 2017.
Guerra ai petrodollari
di Alberto Togni

Con la rottura degli accordi di Bretton Woods nel 1971 si effettuò il passaggio dal Gold Exchange Standard, dove il dollaro era l’unica valuta convertibile in oro al prezzo fisso di 35 dollari l’oncia e tutte le altre valute erano invece convertibili in dollari, all’attuale Dollar Standard, sistema al cui centro vi è invece proprio il biglietto verde. Non avendo più un reale corrispettivo in valore la valuta internazionale di riferimento, il dollaro, poté e può tuttora essere stampata senza alcun problema, rendendo de facto un default degli USA impossibile. Questo meccanismo ha potuto funzionare unicamente fintanto che la moneta veniva accettata all’estero in cambio di beni reali. Di rifiuti in realtà nella storia se ne sono già visti, tuttavia la pronta reazione militare statunitense è sempre stata in grado di stroncarli sul nascere, vedasi invasione dell’Iraq nel 2003 a seguito delle minacce di Saddam Hussein di vendere il petrolio in euro.

L’attuale panorama potrebbe però subire un ulteriore mutamento nei prossimi anni che avrebbe una portata epocale.

È da Settembre infatti che circola la voce, passata decisamente in sordina su pressoché tutti i portali occidentali, secondo la quale la Cina vorrebbe lanciare un future sul petrolio denominato in yuan.

Pechino sembrerebbe essere così intenzionata a affermare un proprio benchmark di prezzo sul greggio che andrebbe a competere a livello internazionale con il Brent inglese, il Wti statunitense e il Dubai-Oman (attuale principale referente asiatico). Tale mossa implica un’erosione molto significativa del potere del dollaro sul piano internazionale: significa infatti mostrare al mondo che esiste un’alternativa per la misurazione dei prezzi. Ma non è tutto: permetterebbe a paesi quali Iran e Venezuela, peraltro già mostratisi interessati a questa opzione, di bypassare il biglietto verde e di rendere quindi nulle le azioni di strangolamento perpetrate nei loro confronti sui mercati.

Il processo in atto, se confermato, richiederebbe sicuramente degli anni per manifestare tutti i suoi effetti, ma può già da ora essere inserito nel tentativo di dedollarizzazione portato avanti dalla Cina – su esplicita indicazione degli organi del Partito Comunista Cinese, che in tale processo identificano un asse strategico dello sviluppo del “socialismo di mercato” - e da altri paesi. La bomba che Pechino è in procinto di sganciare dovrebbe destare agli USA preoccupazioni ben maggiori rispetto a quelle lanciate da Pyongyang.

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